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La riforma dei Musei statali, le nomine dei nuovi Direttori e il progressivo «smontaggio» del settore pubblico

  • Pubblicato il: 11/09/2015 - 12:34
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Roberta Bolelli

Dopo le nomine – a seguito di bando internazionale - dei 20 direttori dei Musei statali (tra cui 7 non italiani) da parte del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo, tra le voci critiche si è levata quella di Andrea Emiliani, storico dell’arte assai noto e per molti anni Soprintendente a Bologna.
Abbiamo voluto perciò chiedergli direttamente una sua opinione più complessiva. Lo abbiamo incontrato nella sede della Pinacoteca bolognese in un accogliente studio mansardato colmo di libri e oggetti d’arte.  
 
 
Il Ministro Franceschini ha sottolineato che prima della sua riforma – diversamente dai Musei stranieri - i Musei italiani non avevano una gestione autonoma, un budget autonomo e sostanzialmente erano uffici dipendenti dalle Soprintendenze. Lei invece ha criticato questo approccio. Ci illustra il suo pensiero in proposito?
Mettere i musei fuori dalle Soprintendenze, creare addirittura poli museali, alla cui guida si dice di ricercare più la figura del manager che quella dello storico dell’arte mi sembra un ulteriore passaggio nel percorso verso un sostanziale «smontaggio» del settore pubblico. Creando peraltro una situazione un po’ confusa, con notizie di ricorsi che potrebbero determinare un quadro difficile per le nostre istituzioni culturali. Agli Uffizi viene sostituito uno storico dell’arte con uno storico dell’artigianato tedesco… Io invece credo nel vecchio concetto italiano di applicare la competenza al luogo dove l’esperto si è formato. Uno studioso di arte piemontese non può andare in Sicilia. Io ho studiato a Bologna e non mi sarei spostato a Roma o a Milano. Vedremo i risultati!
 
 
 
Lei ha accennato in termini negativi al concetto di «valorizzazione» riferendosi probabilmente a Franceschini che ha parlato per i Musei di molta tutela e poca valorizzazione. Ritiene che la valorizzazione favorisca un processo di decadimento verso l’arte-spettacolo?
Di valorizzazione si cominciò a parlare negli anni ’90. Ne fu sostenitore un valido Ministro dei Beni Culturali, Alberto Ronchey. Allora si indirizzava verso il rilancio e la modernizzazione delle istituzioni culturali anche attraverso una maggiore attenzione alle esigenze dei loro pubblici. Oggi si parla di valorizzazione, ma si esce dalla storia dell’arte e si entra nello spettacolo. E l’arte-spettacolo ignora la storia; il museo diventa un magazzino, dove si prendono i pezzi per le mostre e li si fa viaggiare, in modo tale da rischiare di distruggerli nel giro di 50 anni. E le mostre-evento prevalgono sui musei. Ogni città si può improvvisare sede di qualcosa.
 
 
 
Nella sua analisi, mi è sembrato di cogliere una contrapposizione (mi corregga se sbaglio) tra l’investimento nei musei e le risorse assorbite da mostre più o meno attrattive. Esistono secondo lei tra questi due momenti possibili sinergie?
Esiste un modo corretto di fare sinergie: le mostre sono gestite dal settore pubblico per far conoscere e valorizzare il suo patrimonio d’arte. Ad esempio con le Biennali d’Arte Antica e il Tour mondiale dei dipinti dei Carracci lo abbiamo sperimentato qui a Bologna, da Cesare Gnudi a Roberto Longhi e Gaetano Arcangeli (che tra l’altro ricorderemo in un convegno il prossimo 12 novembre). E’ invece diversa la soluzione che si diffonde oggi, con una gestione privata delle mostre come arte-spettacolo che utilizza il patrimonio pubblico a fini (e introiti) privati senza significativi vantaggi – anzi con rischi e problemi di conservazione - per il settore pubblico.
 
 
 
Lei ha da anni collegamenti internazionali. Come vede lo sviluppo all’estero delle politiche culturali?
Anche all’estero ci sono problemi e una certa confusione. Ma sono anche emerse figure di grande rilievo scientifico che guidano istituzioni importanti. Io cito sempre Gabriele Finaldi - che ho conosciuto a Bologna come primo assistente del rimpianto amico e mecenate Denis Mahon – oggi direttore della National Gallery di Londra.
E ricordando Denis Mahon – che molto ha fatto per l’arte bolognese – voglio ricordare anche un famoso, ma non conosciuto in questa veste, benefattore di Bologna: il Duca di Wellington, il vincitore di Waterloo. Informato da Canova che il Papa Pio VII non aveva fondi da mettere a disposizione, fece riportare a sue spese a Bologna dipinti di Guido Reni, dei Carracci e del Guercino – trasferiti a Parigi per la «spoliazione napoleonica» – che oggi sono nella nostra Pinacoteca. Meriterebbe che a lui si dedicasse una strada o una piazza bolognese come giusto riconoscimento.
 
 
 
Quali sono secondo lei modelli di successo che potrebbero essere sviluppati nel nostro Paese?
I musei sono sempre le sedi dell’arte su cui incentrare una politica culturale. Anche rivolgendo una particolare attenzione all’arte contemporanea e ai suoi variegati sviluppi. E le iniziative culturali contribuiscono anche a rendere più dinamiche le nostre città.
 
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