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I “RITORNANTI” per NUOVE INTRAPRESE

  • Pubblicato il: 17/07/2018 - 11:03
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Articolo a cura di: 
Francesco Mannino
L’Italia è un Paese che perde pezzi, anche tra i suoi giovani laureati. Donne e uomini che lasciano i propri territori spesso per scelta, ma anche per necessità. Allo stesso modo, e più raramente, questi pezzi rientrano, dopo un percorso di studi e professionale, arricchiti, aumentati, potenziati. Alle volte con “borse piene” di ricchezze diverse (e in ultimo economiche), altre con esperienze molto caratterizzanti, anche quando si trattasse di sconfitte. Raccogliamo le voci di alcuni “ritornanti”, neologismo che abbiamo contribuito a creare, partendo dalla Sicilia. Persone che, con molte possibilità per progettare il loro futuro, scelgono di diventare elementi biologicamente attivi per la ri-nascita della terra d’origine con i codici del nuovo millennio. In particolare ci occuperemo di coloro i quali sono orientati al benessere delle proprie comunità, attraverso pratiche culturali e di partecipazione.

 

I dati servono sempre, anche solo per disegnare una cornice dentro cui poi dipingere il proprio quadro. E dai dati partiamo per capire, con ISTAT, di cosa parliamo quando discutiamo di emigrazione dall’Italia. Nel decennio 2007 – 2017 le emigrazioni per l’estero sono più che triplicate, passando da 51 mila a 153 mila unità all’anno. Tra il 2012 e il 2016 gli spostamenti dal Mezzogiorno verso le regioni centro-settentrionali si sono ridotte da 132 a 108 mila; al contrario, l’intensità dei flussi migratori dalle regioni del Mezzogiorno verso l’estero risulta quasi raddoppiata, da 25 a 42 mila annui (Istat | Rapporto annuale 2018).
 
Ma, analizzando la mobilità dei laureati italiani, emerge una perdita netta (-4,5 per 1.000), che conferma la tendenza propria degli ultimi anni (-2,4 per mille nel 2012 e -4,2 per mille nel 2015). Nel 2016 circa 16 mila giovani laureati hanno lasciato il nostro Paese e poco più di 5 mila sono ritornati. In termini di mobilità interregionale, la geografia rispecchia le dinamiche intrinseche dei movimenti migratori, con il Nord che attrae e trattiene flussi migratori qualificati (+7 per mille nel 2016, in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti), il Centro in lieve diminuzione (-2 per mille), e il Mezzogiorno che conferma la forte tendenza negativa che lo ha caratterizzato negli ultimi 5 anni (tra -20 e -24 per 1000). (Istat | BES 2017). Ecco la cornice.
 
Adesso passiamo al quadro: si parte molto, e poco si ritorna; ma alle volte si ritorna, e questo ci interessa disegnare qui e adesso. Esistono infinite storie e mitologie sul viaggio, e davvero tante sui viaggi che – ad un certo punto – si concludono al punto di partenza, per scelta elettiva del o della protagonista. Lo sappiamo tutti e spesso quei racconti hanno accompagnato le diverse fasi della nostra vita, bacini da cui attingere metafore, speranze o in certi casi tristi presagi di fallimento.
Con quei nomi mitologici, quei luoghi e quegli avvenimenti nella testa in molti intraprendono il proprio viaggio personale, addirittura lo progettano, poi attraverso quella lente lo osservano tappa dopo tappa e, quando esso si conclude con un ritorno alla base, vi attribuiscono un valore definitivo, che esso sia di acclarata sconfitta del senso del viaggio appena terminato, o di vittoria per avercela fatta: avere intrapreso un viaggio per raccogliere le risorse adeguate affinché vi sia una differenza sostanziale tra lo stato delle cose al momento della partenza e quello al momento del ritorno.
 
Risorse, competenze, capitali: capitali economici, certamente, ma anche umani, sociali e culturali.
Spesso i “ritornanti” giungono aumentati alla base: il punto non è tanto di quali capitali essi si siano arricchiti, ma se e in che modo li vorranno o potranno reinvestire nel luogo di partenza.
Insomma, il punto è quanto la loro nuova ricchezza sarà una risorsa per la casa madre, e quanto essi potranno continuare quella parte del viaggio che non contempla più lo spostamento fisico ma la crescita individuale e sociale, o comunque il cambiamento: di sé e delle proprie comunità.
 
Si prospettano nuove alchimie tra risorse di ritorno e caparbie risorse stanziali e mai migrate, che si rincontrano sul campo della casa madre: saranno in grado i decisori di comprendere questo nuovo scenario, e di contribuire a facilitarlo e sostenerlo? Ci limitiamo a registrare che sul fronte privato, il 2017 ha registrato erogazioni verso le regioni meridionali per esempio da parte di Fondazione Con il Sud di € 15.267.769, di cui € 1.100.000 per fondazioni di comunità, o che 3 progetti su 5 finanziati sempre nello stesso anno da Culturability (Fondazione Unipolis) sono collocati al Sud Italia: risorse private che hanno certamente contribuito a rafforzare progetti di innovazione sociale e culturale, rafforzando quei pezzi di cittadinanza attiva e imprenditiva che si candidano a determinare in qualche modo il futuro di quelle regioni.
 
Con queste domande abbiamo chiesto ad alcuni di loro di raccontarci le loro storie, il motivo del viaggio ma anche quello del ritorno, e il progetto ancora da realizzare. Sarà una nuova narrazione che non vuole aggiungere nuovi miti alla già corposa letteratura in merito, ma solo nuovi elementi per confrontare le proprie storie di viaggi, di partenze e - se lo si desidera - di ritorni volontari e carichi di intraprese.
Un modo per capire, dalla voce autobiografica di alcuni dei diretti interessati, motivazioni e progetti di vita che hanno spinto al viaggio e hanno consentito il ritorno. Nei prossimi mesi ospiteremo altri ritornati che a vario titolo si prendono cura delle proprie comunità di riferimento, ricorrendo agli strumenti culturali e creativi, e della partecipazione attiva dei cittadini.
 
Andrea Bartoli, notaio (Farm Cultural Park, Favara, Agrigento)

Classe 1970, è fondatore insieme alla moglie Florinda Saieva del Centro Culturale Indipendente di nuova generazione Farm Cultural Park, nel cuore di Favara (AG). Oggi Farm rappresenta un punto di riferimento internazionale per la riflessione e le pratiche di rigenerazione urbana a base culturale e community-oriented, per niente facili e per nulla scontate.
Happiness is everywhere. Da tanti anni, persino i miei amici, quando mi presentano a qualcuno dicono: “Ti presento il mio amico notaio pazzo”. Lo dicono con affetto, qualcuno con un pizzico di ammirazione, mai per insultarmi o prendermi in giro.
La ragione di questo appellativo non credo sia riconducibile al mio vestire casual o all’essere amante dei linguaggi del contemporaneo, quanto piuttosto perché da otto anni a questa parte, insieme a mia moglie Flo, porto avanti un progetto di rigenerazione urbana a Favara investendo (senza alcun ritorno economico) tutte le risorse a nostra disposizione, in un Centro Culturale indipendente.
Un giorno un mio cliente, vedendo le cartelline portadocumenti del mio studio raffiguranti da una parte la Statua della Libertà con la scritta Benvenuti a Gela e dall’altra la Torre Eiffel con la scritta Benvenuti a Riesi, mi ha chiesto spiegazioni. Io ho risposto che quella piccola provocazione stava a simboleggiare che si può essere sfigati a New York e felici a Gela sentendosi come a New York o a Riesi come a Parigi se si sta bene con se stessi, se si fa quello che piace e al contempo si fa qualcosa di utile per gli altri. Il mio cliente, non soddisfatto mi ha detto: “ Ok Notaio la felicità è in ogni luogo ma New York e New York e Gela è Gela”. Sul momento mi ha inchiodato. Poi ci ho pensato su e ho risposto: “E’ vero New York e New York e Gela è Gela ma New York, Parigi, Londra e tutte le altre città del mondo non sono nate per come sono percepite oggi, ma sono diventate quelle che oggi noi percepiamo come le più belle città del mondo perché persone esattamente come noi due, con due gambe e due braccia e soprattutto una bella testa le hanno fatte diventare quello che sono”.
Sono molto fortunato, mi capita spesso di parlare a giovani e studenti. Non mi stanco mai di dire che la vita è meravigliosamente imprevedibile; fatti belli o brutti ci fanno partire, talvolta ritornare, ed è bello e super importante viaggiare per scoprire, conoscere ed imparare ed è ancora più bello ritornare a casa propria per restituire, condividere e fare qualcosa di grande laddove nessuno avrebbe mai osato fare nulla.
 
Carlo Roccafiorita, architetto (Periferica, Mazara del Vallo – Trapani)

Classe 1989, fondatore e direttore di Periferica. Si forma tra Ferrara, Istanbul e Madrid e nel 2013 rappresenta la facoltà di architettura dell'Università di Ferrara al WAF - World Architecture di Singapore. Periferica è un’organizzazione formata da creativi di ritorno, ovvero persone che dopo Festival essere cresciute professionalmente fuori dalla Sicilia sono tornate nella propria terra per investire su formazione, cultura e turismo come vettori di innovazione e sviluppo. L’organizzazione porta avanti un percorso analitico e visionario sul futuro del sistema delle cave di Mazara.
Ricordate il cammino della speranza? Attraverso la storia dei minatori siciliani, Germi provò a descrivere quella crisi occupazionale che, negli anni 50, costrinse centinaia di uomini a partire per la Francia lasciando famiglia, casa, terra, in cerca di un nuovo lavoro. Dopo 70 anni, gli occhi di quei personaggi sembrano gli stessi che, con le dovute differenze, incrociamo in giro per l’Italia, nelle masse di studenti e lavoratori emigrati per formarsi o trovare occupazione; anche loro impegnati a cercare quella risposta al proprio futuro che, al netto di tutti i segnali positivi, sembra rinnovarsi di generazione in generazione. Perché il ritorno è ormai un fattore culturale intorno al quale il meridione, sempre più migrante, ha costruito una delle sue più grandi aspettative. Eppure, tornare non porta con sè, semanticamente, quel valore che proviene invece dal contesto, dalla missione, dall’animo, come qualsiasi viaggio. E così noi, figli di quella generazione vittima del terrorismo e delle stragi di mafia, siamo cresciuti con l’idea di partire per tornare migliori senza però essere educati alla pretesa dei mezzi e delle opportunità necessarie, nel letale abbraccio della retorica istituzionale, sempre più lontana dalle domande che tormentano il sonno dei giovani e che vale la pena elencare. Com’è possibile pensare di tornare, se tutto ciò che ho costruito negli ultimi anni della mia vita mi spinge a rimanere altrove? Se non ho proprietà, capitali, da potere investire? Se il mio amore parla un’altra lingua? Ma, anche: Perché devo subire uno stato di cose che non merito? Cosa posso fare, con i mezzi che ho (ed abbiamo) a disposizione per costruire un’opportunità? Voglio veramente tornare? Penso a quante persone hanno lasciato la propria terra e non sono più tornate, quante lo hanno fatto a malincuore e quante lo farebbero anche domani se solo avessero le possibilità. Credo che non esista un giudizio di merito, né una responsabilità territoriale da riconoscere o a cui venir meno. Esiste il diritto di sentirsi a casa, sia essa la prima o l’ultima che abbiamo vissuto. La stessa che mi ha spinto a tornare in Sicilia. L’idea di potermi sentire utile, di mettermi alla prova, di sfidare la sorte, di cogliere delle opportunità, ha fatto il resto. Siamo soliti associare la nostra identità al territorio di appartenenza, quando non siamo altro che il prodotto di contesti sempre mutevoli. Se questo è vero, mi sono detto, è proprio da quei contesti fatti di luoghi, persone, enormi ingiustizie e forme di bellezza che bisogna partire. Partire dai nostri margini. Nel 2013 avevo più immaginazione che certezze: tanto bastava per credere di poter cambiare tutto a partire dal nulla. Da studente ho iniziato a guardare fuori dall’università, per capire se quella dimensione che stavo per costruirmi mi avrebbe mai dato le sensazioni che cercavo. Non avrei mai pensato che mi sarei trovato, insieme ad altre persone, a dar vita al primo parco culturale della nostra città. A gestire un processo di rigenerazione urbana, l’apertura di un museo, un programma culturale fatto di  residenze, concorsi, attività ed eventi, nello stesso spazio che, prima di noi, non aveva un futuro. Nella stessa città che lasciavo sono tornato, per provare a creare un contesto nuovo, in cui altri potessero identificarsi come io ne avevo bisogno. Non credo sia un merito, piuttosto lo spontanea ricerca di quel senso di appartenenza sempre più atomizzato dal compromesso. Forse è proprio a questo che oggi tende la nostra speranza.
 
Laura Saija, ingegnere urbanista (Università, Catania)

Classe 1975, alla carriera accademica, Laura ha sempre intrecciato la sperimentazione sul campo, con particolare rilievo al percorso intrapreso nel territorio del fiume Simeto, subito a sud di Catania. Lì la formazione universitaria si è trasformata in pratiche di comunità e sviluppo di modelli di governance territoriale, grazie anche all’esperienza maturata come ricercatrice all’Università di Memphis.
Sono nata 43 anni fa a Catania e lì ho vissuto, studiato e cominciato a muovere i primi passi nell’accademia, fino a quando le significative opportunità formative, prima, e lavorative, poi, mi hanno condotto negli Stati Uniti. La Sicilia, con le sue bellezze e contraddizioni, non è solo la mia casa ma è anche l’origine delle mie domande di ricerca. Ho vissuto gli anni delle stragi di mafia dai banchi della scuola superiore, e da lì ho forse maturato un interesse a “cambiare le cose”. Mi sono appassionata alla pianificazione territoriale proprio perché ero e sono ancora oggi interessata alla sfida del ‘cambiamento’. Mi interessa il cambiamento che non svilisce, che va oltre le retoriche del progresso, che migliora la qualità della vita e il rapporto tra le persone e tra tutte le specie viventi; quello che non serve a fare “restare tutto come prima” – per rifarsi al tormentone gattopardesco – ma che, invece, intacca le strutture di potere consolidate e dà dignità agli ultimi. La pianificazione, nella sua definizione più pura, indica proprio una volontà di una comunità insediata di sognare e agire per un cambiamento condiviso. In molti mi dicono che se la mia passione è il cambiamento la torre d’avorio accademica è il posto meno adatto per me. A questi rispondo che– anche grazie alle tante lezioni apprese dal pragmatismo dei colleghi americani – dentro l’accademia mi occupo di ricerca-azione, in inglese action-research. Se la pianificazione può intendersi come l’attività di una comunità che vuole concepire e implementare forme di cambiamento, allora la ricerca in pianificazione può essere considerata come l’attività condotta da chi vuole migliorare la pianificazione, (come dire cambiamento al quadrato). Spesso, certamente in Sicilia, pianificazione e ricerca presentano problemi: i piani faticano a promuovere l’interesse ‘pubblico’; la ricerca è per lo più focalizzata sul come e sul perché del fallimento e fatica a trovare vie d’uscita. Ecco perché può valere la pena sperimentare forme di ricerca orientate all’azione, in cui la realtà viene esplorata mentre si tenta di cambiarla (come dire cambiamento al cubo). Si tratta di forme di ricerca che non possono essere messe in pratica di un individuo, ma che, per essere efficaci, devono essere di natura collettiva.
Negli anni prima di lasciare la Sicilia, nell’ambito di un progetto di ricerca finanziatomi come Marie Curie Research Fellowship, ho potuto lavorare a fianco della mobilitazione popolare nella Valle del Simeto contro la costruzione di uno dei termovalorizzatori previsti dalla Regione Siciliana nel 2002, trasformandola in dieci anni in una forma sperimentale di accordo tra amministratori locali e cittadinanza attiva per uno sviluppo locale ispirato alla solidarietà sociale e inter-specie. Da qui è nato il Patto di Fiume Simeto che ha già ottenuto alcuni importanti risultati, tra cui la selezione di una parte del territorio come area sperimentale di rilevanza nazionale nell’ambito della Strategia Nazionale Aree Interne. Sono andata via proprio quando molti frutti del mio lavoro in Sicilia stavano maturando e con la consapevolezza che se avessi avuto l’opportunità di restare, avrei potuto fare molto di più. Chi mi conosce non si è certo stupito di sapere che ho colto al volo l’opportunità di tornare a casa, grazie a una chiamata diretta dell’Università di Catania per ex-Marie Curie. Conosco bene i problemi che sta vivendo l’Università italiana e, proprio per questo, credo di essere la persona giusta per questo lavoro.

 
 
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