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Zone franche per attrarre le imprese della cultura

  • Pubblicato il: 15/04/2018 - 09:06
Autore/i: 
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Articolo a cura di: 
Marco d’Isanto

La riflessione di Marco d’Isanto sui dati del comparto culturale e creativo italiano tratti dalla seconda edizione di Italia Creativa - uno studio condotto da Ernst&Young con il supporto del ministero dei Beni e delle attività culturali e delle associazioni di categoria – ha avviato un vivace dibattito sul Corriere del Mezzogiorno a cui ha preso parte anche Stefano Consiglio, prof. ordinario di Organizzazione Aziendale Università di Napoli Federico II, di cui riportiamo a seguire il punto di vista


 
Dalla seconda edizione di Italia Creativa, uno studio condotto da Ernst&Young con il supporto del ministero dei Beni e delle attività culturali e delle associazioni di categoria, emergono dati sul comparto culturale e creativo sui quali vale la pena riflettere. Nel 2015 l’ industria della cultura e della creatività in Italia ha realizzato un valore economico complessivo pari a 47,9 miliardi di euro. Si tratta di un comparto in cui sono stati selezionati, ai fini dell’ indagine, dieci settori che vanno dall’architettura alle arti visive, dall’ editoria ai videogiochi, dalla musica alle arti performative. 
Analizzando solo questo perimetro, che in realtà potrebbe essere decisamente più esteso se fossero inclusi altri campi della cultura e della creatività, si scopre che la filiera creativa occupa nel 2015 oltre un milione di persone, di cui l’86% nelle attività economiche dirette dell’industria, che rappresentano quasi il 4% dell’intera forza lavoro italiana.
Si tratta di un settore che ha fatto registrare negli ultimi anni una crescita del 2.4% a fronte di una crescita del Pil del solo 1,5%. Identica dinamica si riscontra sul lato degli occupati. Dati peraltro confermati dal recente rapporto di Federculture che testimonia una netta ripresa dei consumi culturali, andamento destinato sempre di più a consolidarsi. Pur partendo da valori più bassi, se si analizza la variazione di spesa registrata tra il 2016 e il 2015, si nota come il maggiore incremento nei consumi culturali si è avuto in Sardegna (18,8%) e in Campania (15,4%).
Così come notevole è stato l’incremento del pubblico dei musei statali che ha collocato la Campania come seconda regione in Italia per numero di visitatori. Questi numeri, e non solo, testimoniano di quanto grande sia il fermento nel settore culturale e creativo che coinvolge non solo la Campania ma in particolare la città di Napoli.
Non possiamo ignorare, però che questa dinamica si esprima senza che i decisori pubblici, sia a livello nazionale che a livello locale, manifestino una vera attenzione al comparto culturale. Il laboratorio di innovazione che questa città ha prodotto negli ultimi anni sia in termini di valorizzazione dei beni culturali che di produzione creativa avrebbero impressionato qualunque lucido osservatore. Ma la politica non solo non riesce efficacemente a leggere e ad interpretare i fenomeni sociali ma risulta spesso indifferente anche alle dinamiche economiche.
È bastata la riforma dei musei statali, che ha interessato venti istituzioni museali italiane, alle quali è stata concessa una autonomia speciale, per rendere il Museo archeologico di Napoli un caso di successo internazionale. Nel frattempo però il governo nazionale e regionale hanno avviato l’istituzione delle Zone Economiche Speciali ignorando del tutto che l’industria culturale e creativa potesse essere un fattore di sviluppo decisivo per il territorio campano e napoletano.
Questo enorme serbatoio di creatività ha invece convinto la Apple ad istituire a Napoli la prima Developer Academy in Europa e alla più prestigiosa università italiana, la Normale di Pisa, a preparare la propria discesa a Napoli in alcuni settori specifici tra cui i beni culturali digitali.
Nel 2016 avevamo già proposto di rendere Napoli un laboratorio in Europa dove sperimentare un grande progetto nel comparto culturale e della creatività attraverso interventi di defiscalizzazione. Avevamo immaginato di rendere Napoli una zona economica speciale della Cultura, in cui concentrare le risorse facendo leva su di un patrimonio artistico e di attività creative uniche al mondo.
Continuiamo a crederci e continuiamo a pensare che questa città ha le carte in regola per proporre e innovare gli interventi di fiscalità di vantaggio nelle aree depresse del continente europeo.
Basterebbe semplicemente un po’ di fantasia al potere.
 
Marco D’Isanto, dal Corriere del Mezzogiorno del 14 Aprile 2018.
 
 
 
In questo momento Napoli vive una stagione di grandissima effervescenza nel settore culturale ed il dibattito aperto, sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, dall'intervento di Marco d'Isanto ci offre lo spunto per ragionare su quanto sta succedendo nella nostra città e non solo.
Il ridimensionamento delle risorse stanziate nel corso degli ultimi anni,  per supportare le politiche culturali, ha innescato da un lato la crisi degli operatori tradizionalmente sovvenzionati dal pubblico ma anche  un effetto inaspettato: l'affacciarsi sulla scena di progettualità molto innovative che sono riuscite a intercettare nuovi fabbisogni e nuovi pubblici.
Si tratta di iniziative nate per trasformare  siti culturali erroneamente definiti "minori" in attrattive di primo piano per la fruizione turistico - culturale (le Catacombe di Napoli ed il sistema culturale della Sanità, il Museo Cartastorie, le tante chiese riaperte, come la Chiesa di San FIlippo e Giacomo gestita da Respiriamo l'Arte, i tanti siti sotterranei tra cui la Galleria Borbonica, l'area marina protetta della Gaiola, il Museo delle Arti Sanitarie, ecc.); in incubatori di produzione culturale e sociale (Asilo Filangieri, Je so pazzo, Giardino Liberato, Le Scalze, ecc.) o in location per performing arts (Pietà dei Turchini, Domus Art, ZTL, Napulitanata, ecc.).  Ma anche sul fronte della produzione culturale e creativa la città di Napoli ha visto in questi anni la nascita e lo sviluppo di numerosissime realtà culturali nel campo del teatro, della musica, del cinema, dell'animazione e della letteratura.
Il gruppo di ricerca del laboratorio di Management del patrimonio e delle industrie cultuali dell'Università di Napoli Federico II ha avviato, nel corso di questi ultimi anni, una riflessione attenta su questo fenomeno che evidenzia un attivismo ed un protagonismo che si oppone all’immagine stereotipata di un Mezzogiorno arreso e assistito.  Dietro queste iniziative ci sono persone che hanno scelto di attivarsi per realizzare un progetto in grado di rispondere ad un’interesse personale ed al tempo stesso culturale e sociale in un contesto che presenta fortissime criticità sociali ed economiche.
Il primo elemento che balza agli occhi è che nessuno tra i casi analizzati è nato all’interno di una programmazione distrettuale; si tratta di iniziative nate dal basso, sulla base di processi spontanei ed in un contesto di riferimento tendenzialmente ostile.
Un'altra caratteristica che accomuna in qualche modo tutte le iniziative che abbiamo studiato, è che siamo lontani anni luce dalla retorica sulle start-up innovative. Siamo in presenza di piccole realtà micro-imprenditoriali che riescono a sostenersi economicamente ed a garantire occupazione a chi opera al suo interno.
L’elemento che distingue queste realtà dalle start up innovative è il loro radicamento territoriale, in quanto la loro principale missione è proprio quella di prendersi cura e valorizzare il patrimonio culturale materiale ed immateriale della città. L’impatto sull’economia locale di ogni singola realtà è limitata, ma se valutate complessivamente queste iniziative sono in grado di attivare processi di rigenerazione urbana ed esternalità positive.
Se pochi sono i punti di contatto con le startup innovative, anche le similitudini con il mondo dell’associazionismo non sono tante. Queste realtà, infatti, si caratterizzano per una spiccata attenzione alla sostenibilità economica, necessaria per garantire la remunerazione del lavoro professionale di chi si è fatto promotore e gestore dell'iniziativa.
Un altro aspetto interessante che accomuna molte delle storie analizzate è legato all’incapacità delle istituzioni pubbliche e degli attori territoriali di supportare la sfida intrapresa dagli innovatori in ambito culturale.  Il raggiungimento di importanti risultati è stato reso possibile nonostante l’assenza della PA piuttosto che grazie al suo supporto. Da un punto di vista generale, quindi, la PA, nelle sue diverse articolazioni, non ha favorito la nascita di queste iniziative.
 
Paradossalmente la principale policy per favorire la crescita e lo sviluppo di questo fenomeno consiste in primo luogo nel cercare di non ostacolare tali iniziative. Per perseguire tale approccio, apparentemente facile, la pubblica amministrazione deve essere in grado di dimostrare una propensione al cambiamento che spesso è difficile riscontrare.
Un atteggiamento positivo nei confronti di queste esperienze richiede infatti la capacità di non replicare routine consolidate e di convincersi che fare qualcosa che non si è mai fatto in passato non necessariamente significa compiere un errore e non rispettare una legge o un regolamento.
Un altro possibile indirizzo di policy che emerge dalle riflessioni fatte sui casi analizzati riguarda i possibili strumenti attivi che è possibile mettere in campo per supportare tale fenomeno. La proposta di Marco d'Isanto relativa alla realizzazione delle ZES della cultura rappresenta un'iniziativa concreta che le istituzioni potrebbero implementare per dare un supporto reale alle numerosissime iniziative che in diversi ambiti si stanno sviluppando nella nostra città.
Uno strumento automatico in grado di ridimensionare il ruolo dell'intermediazione politica istituzionale, agevolando soprattutto i nuovi attori del sistema culturale. Si tratta di una misura che ridimensiona le conflittualità e le gelosie tra operatori culturali che caratterizzava il sistema assistenziale del secolo scorso e che favorisce la collaborazione e l'aggreazione.
Finora il dibattito aperto dal Corriere del Mezzogiorno evidenzia un accordo unanime sulla proposta da parte di alcuni importanti operatori,  sarebbe interessante conoscere il parere di chi oggi ha la responsabilità delle politiche culturali a livello nazionale e locale.
 
Stefano Consiglio, dal Corriere del Mezzogiorno del 21 aprile