Italia Non Profit - Ti guida nel Terzo Settore
 

SOFTWARE SOCIALE PER L’HARDWARE CULTURALE: STRATEGIE IN ATTO E COSA SI PUÒ FARE ANCORA

  • Pubblicato il: 15/09/2016 - 11:49
Rubrica: 
NORMA(T)TIVA
Articolo a cura di: 
Francesco Mannino

Il 2016 si presenta ricco di iniziative a favore del patrimonio e delle attività culturali, già a partire dalla Legge di Stabilità per l’anno in corso. Qual è la visione strategica alla base di queste iniziative governative? Tra incentivi alle industrie culturali e creative e tutela del patrimonio, cerchiamo di capire quanto emerga una funzione sociale e coesiva del settore culturale. E su bellezza@governo.it siamo andati a vedere le delibere, con alcune novità interessanti

Già a gennaio di quest’anno, a pochi giorni dal varo della Legge di Stabilità 2016, raccontavamo sulle pagine de Il Giornale delle Fondazioni quale mole di stanziamenti fosse prevista per il settore culturale dalla nuova finanziaria, e quali misure (anche trasversali) fossero in cantiere. La legge 28 dicembre 2015, n. 208 ha assegnato infatti 2.128.366.723 euro al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con un aumento pari al 27% rispetto al 2015 (ma del 17% in meno rispetto al 2017, stando alla previsione per il triennio seguente). In generale l’articolazione della finanziaria va da Matera Capitale Europea della Cultura 2019 (7 milioni, destinati a crescere negli anni successivi) ai “cantieri della cultura” (120 milioni di euro per 75 interventi sul patrimonio culturale, con apposito decreto di agosto), al funzionamento di archivi e biblioteche e degli istituti afferenti al settore museale, e alla realizzazione di festival, cori e bandi, al concorso per i nuovi 500 finzionari del MiBACT e molto altro ancora. L’indirizzo politico del Governo era chiaro già nel Documento programmatico di bilancio 2016: intensificare gli investimenti in cultura significa rafforzare la filiera delle industrie culturali e creative e il loro indotto economico.
E infatti ad agosto il tema politico viene ripreso e rilanciato in occasione del vertice di Ventotene del 22 del mese, dove la dichiarazione del premier Renzi raggiunge i colleghi presenti, Angela Merkel e François Hollande: la cultura è un driver strategico e pertanto va rivisto il Piano Juncker che, con l’attivazione del fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI), la ridimensionava collocandola al margine della visione di un’Europa fuori dalla crisi. Il capo del Governo lancia quindi un “piano europeo straordinario per la cultura”, ripreso immediatamente dal ministro Franceschini. A proposito degli intenti manifestati a Ventotene, il ministro sottolinea che la cultura concorre alla creazione della cosiddetta «comune identità europea, miglior antidoto ai populismi nazionali e ai rigurgiti antieuropeisti». Da Franceschini un invito affinché il Piano Juncker, in linea con le indicazioni espresse dall’Unione Europea, diventi uno strumento di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, di sostegno al turismo culturale, al finanziamento delle industrie culturali e creative. A questo proposito non manca un riferimento alla Brexit, con l’auspicio di «un unico mercato di contenuti culturali alternativo e in molti settori più forte di quello di tradizione anglosassone».
Tra dicembre 2015 (Legge di Stabilità) e agosto 2016 (Ventotene) sono accadute molte cose che vale la pena di ripercorrere, per arricchire il quadro delle politiche pubbliche del settore.
L’8 maggio, durante un’intervista a “Che tempo che fa”, il premier lancia l’iniziativa bellezza@governo.it (a cui abbiamo già accennato), che riscuote in poco tempo un successo straordinario: 139.759 email inviate al Governo per ottenere una parte di quei 150 milioni destinati ai «luoghi culturali da recuperare, ristrutturare o reinventare per il bene della collettività o un progetto culturale da finanziare», con la promessa di decretarne lo stanziamento il 10 agosto. Superato quel giorno la pagina dedicata non ha subito alcun aggiornamento: eppure, a cercare bene tra le delibere del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE), si trova la n. 3/2016, che palesa i criteri, fino a quella data sconosciuti. Grazie al Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC, già Fondo per le aree sottoutilizzate), «finalizzato a dare unità programmatica e finanziaria all’insieme degli interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese», il CIPE approva il Piano stralcio «Cultura e turismo» proposto dal MiBACT, destinandovi il miliardo di euro di cui Renzi aveva parlato nell’intervista a Rai3. Il piano è destinato al «potenziamento dell’offerta culturale e dei sistemi di fruizione turistica, attraverso il rafforzamento e la riqualificazione del sistema delle infrastrutture culturali mediante interventi diretti alla tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio culturale, materiale ed immateriale, ed al consolidamento e/o realizzazione dei sistemi territoriali turistico-culturali». Di quel miliardo, 645 milioni sono destinati al sistema museale italiano, 185 ai sistemi territoriali turistico-culturali, e 170 ad un «insieme di interventi di completamento particolarmente significativi e di nuovi interventi», dei quali fanno parte i 150 milioni di bellezza@.
Le novità sull'iniziativa che saltano immediatamente all’occhio, e che i 139.759 mittenti delle email aspettavano da mesi, sono sostanzialmente sei. La commissione che valuterà i progetti, qualora il loro valore complessivo dovesse superare le risorse messe a disposizione, sarà composta da due rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei ministri, di cui uno con funzioni di presidente, da un rappresentante del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, da un rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanze e da un rappresentante del Ministero delle infrastrutture e trasporti. In secondo luogo gli interventi selezionati dovranno privilegiare, per quanto possibile, la diffusività territoriale: pertanto il decreto circoscrive l’accesso al finanziamento ad un solo intervento per Comune richiedente. Ancora: gli interventi dovranno riguardare la tutela, valorizzazione, recupero, di patrimonio culturale ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e, inoltre, consistere nella realizzazione di un progetto di interesse culturale; essere suscettibili di un immediato avvio dei lavori; e, per concludere, essere attuati da un ente pubblico. Questi due ultimi passaggi sono fondamentali, perché – a giudicare dal dibattito pubblico nato intorno all’iniziativa – molte delle proposte provengono da singoli cittadini e organizzazioni non profit (anche se non si hanno indicazioni precise sulla composizione dei soggetti proponenti) e non si sa delle restanti quante siano davvero cantierabili. Si aspetta dunque la pubblicazione delle proposte selezionate.
Nel frattempo altre due iniziative hanno caratterizzato l’estate dei provvedimenti destinati al settore. Il primo, nato all’interno del Piano di Azione Coesione 2007-2013, e intitolato “Interventi per la valorizzazione delle aree di attrazione culturale” (promosso dal MiBACT e da ANCI), è stato ampiamente descritto in queste pagine da Claudio Bocci, direttore di Federculture, che lo ha fortemente voluto. Il bando, chiuso il 5 settembre, ha messo a disposizione 5,6 milioni di euro, invitando i comuni italiani a ragionare in chiave strategica e territoriale per ciò che concerne le politiche culturali, così da superare una visione puntuale e spesso emergenziale. Anche qui, da molte dichiarazioni pubbliche, si deduce che tanti comuni abbiano scelto la via della associazione tra di essi, estendendo la visione ad ampie porzioni di territorio. Ma bisognerà ancora aspettare per conoscere i progetti presentati.
La seconda iniziativa chiamata Cultura CREA, e promossa ancora dal MiBACT questa volta con Invitalia, è un programma di incentivi a sostegno di iniziative imprenditoriali nel settore dell'industria culturale-turistica e delle imprese non profit impegnate nella valorizzazione delle risorse culturali del territorio nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. A partire dal 15 settembre sarà possibile richiedere parte dei 107 milioni di euro messi a disposizione per la nascita di nuove imprese (42 mln), il sostegno alle imprese già attive (38 mln), il terzo settore (27 mln), con una ulteriore dotazione finanziaria trasversale di 7 milioni. I focus sono ancora le ICC, anche orientate allo sviluppo del mercato turistico-culturale intorno ai cosiddetti “attrattori”, e il sostegno al terzo settore (esclusivamente imprese sociali o ONLUS) impegnato nella produzione di servizi e attività connesse ad essi. Le agevolazioni saranno finanziate con le risorse del Programma Operativo Nazionale “Cultura e Sviluppo” FESR 2014-2020.
La panoramica appena conclusa restituisce un quadro nazionale certamente nuovo, almeno per ciò che concerne gli importi complessivi destinati al settore, e la varietà di iniziative sostenute, dalla tutela alla gestione. Resta da cogliere il filo conduttore che lega le diverse azioni, necessario per comprendere il punto di approdo che esso individua. E’ certo che l’Italia sta scommettendo sul consolidamento e la tutela del patrimonio esistente, immettendo importanti somme proprio nel capitolo della conservazione. E’ altrettanto chiaro che, coerentemente con le indicazioni dell’Unione Europea, l’investimento sulle Industrie Culturali e Creative è divenuto più corposo, con il palese intento di valorizzare un mercato che – soprattutto in alcune zone del Paese, come emerge dal Rapporto Symbola 2016 – è in crescita, ed attiva molte professionalità e una buona fetta del capitale culturale prodotto dalle nostre università. Un altro aspetto sottolineato in più occasioni riguarda la necessità di contrastare le strategie terroristiche ricorrendo proprio alla cultura, secondo la formula “ad ogni euro investito in sicurezza corrisponda un euro investito in cultura”. Proprio questo ultimo ragionamento, seppur formulato nel contesto difensivo che l’Europa sta vivendo sul suo fronte interno, apre tuttavia ad altri ruoli che la cultura può assumere oltre (e insieme) a quello identitario o economico. Perché è sempre più chiaro che quella “identità” a cui si fa spesso riferimento a proposito del patrimonio culturale non è solo la granitica manifestazione (tangibile o intangibile) di ciò che siamo stati, quasi che essa conferisca un aspetto nostalgico a tutto ciò che è lontano dal nostro presente (e quindi “bello”), bensì quel palinsesto che ci restituisce la complessità di ciò che ci ha portato fin qui e ora, con le sue eccellenze, con i suoi orrori, con i suoi conflitti dell’uomo contro la natura e contro l’uomo stesso. Quel palinsesto che, se saputo cogliere, mediare e trasferire adeguatamente, conferisce tridimensionalità al nostro presente fornendoci maggiori strumenti per la costruzione del futuro, assumendo pertanto una piena funzione educativa. Patrimonio culturale che, inoltre, sta acquisendo familiarità nelle abitudini delle comunità, divenendo – grazie a sempre più diffuse strategie di audience development ed engagement – luogo di relazioni sociali e non solo di conservazione, esposizione e comunicazione di ciò che contiene o che rappresenta: una nuova funzione sociale del patrimonio culturale, che si sovrappone e si integra con quella educativa.
Le due funzioni appena descritte sono il frutto di un lungo lavoro di innovazione in itinere condotto con caparbietà e curiosità da ricercatori, curatori, direttori di archivi, biblioteche, musei e teatri, amministratori pubblici, progettisti, educatori, operatori e organizzazioni culturali, fondazioni: lavoro costantemente raccontato dalle pagine di questo giornale. Un lavoro che si basa su un processo indispensabile, che parte dalla ricerca sul patrimonio, sulla sua percezione, sui suoi usi attuali e su quelli potenziali, per poi trasformarsi – in una dialettica densa e serrata – in sperimentazioni, programmi, progetti, e ancora in loro valutazione e nuova ricerca. Questa filiera dell’innovazione culturale che pensa e produce impatti sociali, che include i pubblici non solo in fase di erogazione di servizi ma sempre più anche nel processo di creazione dei contenuti e gestione delle attività, corrisponde ad una costellazione di professionalità, visioni e relazioni presenti in tutta Italia, dalle grandi città alle aeree interne: professionalità della ricerca, comunicazione e mediazione culturale. Una costellazione che sta interpretando il ruolo del patrimonio culturale, secondo le due funzioni sopra descritte, come un potente strumento che risponde ad uno dei grandi obiettivi strategici dell’Unione Europea: la coesione sociale come antidoto alle derive egoistiche, reazionarie e divisive. Una costellazione che fonda i suoi pilastri anche su pezzi della ricerca, su organizzazioni non profit o operatori della cultura e dell’istruzione i quali avvertono spesso la discontinuità di politiche capaci di valorizzare, in un disegno unico e visionario, questa potente energia sociale, vero “software” di un “hardware” costituito dal vasto e diffuso patrimonio culturale del Paese.
Proprio la massiccia risposta ad iniziative come bellezza@governo.it rappresenta queste energie: partendo da un invito alla partecipazione di cittadini e organizzazioni, tali operazioni consentono una emersione di quel patrimonio diffuso ma meno noto, spesso collocato nelle aree interne o nelle periferie urbane e magari non classificato istituzionalmente come “attrattore” strategico, che però è significativo per le comunità che vi si riconoscono. Questo può spingere i decisori pubblici a riconfigurare la mappatura delle priorità, con maggiore attenzione ai paesaggi storici urbani e non solo alle rigide zonizzazioni dei centri storici e dei loro grandi “attrattori” (UNESCO, “Vienna Memorandum”, 2005). Una riconfigurazione che, tenendo conto proprio dell’importanza attribuita ad alcuni luoghi da parte dei cittadini, può integrare le azioni di restauro con l’innesco di processi di valorizzazione partecipata, e quindi di nuove relazioni e reazioni tra le persone dentro e in prossimità di quei luoghi. Proprio per questo iniziative come quella devono essere maggiormente esplicite sin dalla loro prima comunicazione, chiarendo regole del gioco e soggetti ammissibili a formulare quali proposte.
E’ dunque molto importante che, in un upgrade futuro delle scelte qui descritte di governance pubblica, il ruolo coesivo del patrimonio venga individuato come strategico, rinegoziando quegli strumenti che possano ulteriormente valorizzare chi a tale ruolo sta contribuendo, ovvero: l’aggiornamento e l’estensione del riconoscimento delle professioni della cultura; la riforma (in parte in atto) della fiscalità e la riduzione del cuneo fiscale per le non profit; nuovi investimenti in quella ricerca dedicata anche alle funzioni del patrimonio; un sistema concessorio del patrimonio che valuti anche i risultati sociali attesi; e infine una politica di sostegno finanziario alla progettazione culturale ad impatto sociale, dove la valutazione di questi ultimi diventi il vero filtro per l’accesso alle risorse. Le criticità ci sono (e sono state più volte individuate), le soluzioni pure.

© Riproduzione riservata

Nella foto: Ragazzi in Alternanza Scuola-Lavoro co-progettano attività educative per i loro coetanei presso l’Archivio del Museo della Fabbrica del Monastero dei Benedettini di Catania