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Si ritorna a crescere. Lo vedremo sulle erogazioni future. E si cambia

  • Pubblicato il: 18/05/2018 - 08:06
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Catterina Seia

“La  valutazione è sicuramente un processo utile, ma stiamo attenti a non imbrigliare l’innovazione”. Citando Schumpeter “quel colpo d’occhio dell’imprenditore, quel dono della divinazione è stato sostituito dai calcoli dello specialista”, Giorgio Righetti, direttore generale Acri, nello scorso numero del nostro Giornale evocava l’immagine dell’imprenditore-innovatore schiacciato dalle tecnostrutture, dalle procedure, dai processi, commentando il mantra della valutazione d’impatto. Lo incontriamo, come ogni anno, per una conversazione sull’evoluzione del sistema della filantropia di origine bancaria.


 
Il valore delle fondazioni sta nella capacità di favorire lo sviluppo del capitale sociale delle comunità attraverso le erogazioni, gli investimenti ma, soprattutto, attraverso l’esercizio del proprio ruolo istituzionale. Questo ruolo è fondamentale soprattutto sul piano delle relazioni, della capacità di cogliere i bisogni, della capacità di fare rete, della capacità di sperimentare e innovare; ma se il dialogo diventa burocratico, si riduce a procedure e strumenti, allora si rischia di allontanarsi dalle  comunità”. Si apre con queste considerazioni il nostro annuale confronto con Giorgio Righetti, direttore generale di Acri- l’associazione che riunisce 86 delle 88 fondazioni di origine bancaria.  “C’è un grande fermento. Una evoluzione significativa che ha riguardato prima i grandi organismi, e tocca ora le fondazioni medie e medio piccole che, nonostante minori risorse e strutture più contenute, stanno elaborando processi strategici e coerenti strumenti operativi che vanno nella  direzione di una maggiore apertura, ascolto, trasparenza, attenzione all’efficacia delle attività svolte ”.

Si cambia. “Identità e cambiamento” saranno il tema del  24° congresso ACRI, che si svolgerà a Parma il 7 e 8 giugno, in un  momento di  profondo  rinnovamento, anche nei vertici di molte realtà,  con il cambio di guardia, come previsto dalla normativa, di figure che reggevano il timone da oltre un ventennio.

I cambiamenti sono all’ordine del giorno e non fanno più notizia. Stanno diventando la normalità.  Non ci riferiamo solo ai vertici. Prima vengono gli istituti e poi coloro che li gestiscono pro-tempore. Ci riferiamo a cambiamenti indotti da due processi, uno esogeno e uno endogeno. Alle grandi sfide della società, le  fondazioni rispondono oggi lavorando insieme, sia in sede associativa Acri, ma anche a livello locale, nelle nove Consulte territoriali. L’Associazione ha un approccio federativo, con  associazioni di secondo livello in  Triveneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Sud e Isole, e negli ultimi due anni, a seguito della modifica del proprio Statuto, Acri ha dato loro impulso e oggi  progettano iniziative comuni. In un contesto sempre più complesso e con risorse più scarse, unirsi produce benefici sia dal punto di vista della massa critica che della capacità di dare soluzioni a problemi nuovi, spesso condivisi e comuni, in primis sul welfare, con risposte coese.
 
La metodologia Acri  di lavoro in rete ha ispirato, visti i risultati, non solo in termini di efficacia dell’azione, ma soprattutto di crescita delle competenze e delle strategie. Lo abbiamo visto nella cultura con FUnder35 per le imprese culturali e creative, il primo grande progetto di sistema che ha fatto outing su un fenomeno e ha generato epigoni.  E poi in NeverAlone per i minori non accompagnati, solo per citarne alcuni.
Al cambiamento esogeno si associa il cambiamento endogeno.  I tempi sono maturi per affinare sia la strategia sia gli strumenti. In passato le fondazioni avevano un comportamento reattivo sulla base di sollecitazioni esterne.  Oggi partono dall’ascolto, dall’analisi dei problemi e si attrezzano per pianificare le risposte. Il processo erogativo delle fondazioni si va strutturando sempre più in  percorsi partecipativi organizzati. Le fondazioni si aprono al territorio, promuovono tavoli attraverso i quali si analizzano i bisogni e si progetta insieme.
 
Ed emergono energie e visioni inattese dal basso.
Le Fondazioni hanno una missione definita per legge in modo molto chiaro: utilità sociale e promozione dello sviluppo economico. Le modalità di tradurre questa missione sono molteplici. Ciò che conta sono  chiarezza e  coerenza tra strategia, struttura e strumenti.
 
Sugli strumenti c’è dibattito, soprattutto sul sistema dei bandi che rischia di trasformare gli enti, alla rincorsa per le risorse, in progettifici.
Lo strumento del bando può essere utile in una strategia proattiva. Un bisogno identificato viene presentato al territorio affinché le varie realtà possano offrire una risposta, attivando le comunità. Ma è uno strumento competitivo. Se voglio creare coesione sociale, allora forse un processo di progettazione partecipata potrebbe essere più idoneo.
Dico questo perché demonizzare uno strumento è errato per definizione. Gli strumenti sono neutri.  Dipende dall’uso che se ne fa. Un altro esempio. Si parla delle “erogazioni a pioggia” con l’accezione negativa, ma possono essere frutto di una strategia di attivazione di un territorio da “dietro le quinte”. La “pioggia fa germogliare”, se non segue logiche clientelari.
Sottolineerei un altro punto di attenzione. Il rischio che oggi la trasparenza diventi un fine piuttosto che un mezzo. La trasparenza dovrebbe consentire di evitare che i processi valutativi possano essere inquinati da elementi impropri. Ma se, in nome della trasparenza, si piegano le strategie e addirittura la missione, allora si rischia di vanificare l’azione. Si rischia, cioè, di trovarsi con procedure e processi perfetti sul piano tecnico, ma inefficaci sul piano strategico. Basti guardare a cosa succede in altri settori dove, comprensibili e doverose esigenze di trasparenza, rischiano però di bloccare interi settori e comparti. Si pensi, ad esempio, alla progettazione europea, che ha introdotto, per cautelarsi di fronte ai rischi di opacità, approcci e procedure molto rigide, alle quali ci si può avvicinare quasi solo attraverso esperti e consulenti (gli “intermediari di fiducia”). Le logiche dell’offerta (il legittimo bisogno di trasparenza) prevalgono su quelle della domanda (la risposta ai bisogni), con il risultato che la correttezza formale delle procedure e dei processi diventa un fine in sé e si sostituisce al vero fine per cui gli strumenti vengono messi in campo, cioè la soluzione dei problemi sociali.
 
I bandi sono sempre più caratterizzati da un accompagnamento di capacity building, dalla costruzione di competenze, uno stile partito da voi che oggi è di sistema.
Si, questo è vero ed è molto positivo.
Voglio però sottolineare il fatto che si è continuamente sollecitati da nuove “mode” che acriticamente tendono a mettere in soffitta il passato e quanto di buono si è fatto. Ogni due anni esce un mantra, portato da consulenti, prevalentemente d’oltre Oceano e tutti si adeguano senza spirito critico.
Oggi il mantra è valutazione di impatto, imposta addirittura a norma di legge, su soggetti del terzo settore che sono tendenzialmente fragili. Oggi ci sono soggetti che certificano la valutazione d’impatto e indirizzano i donatori. A mio avviso questo è un danno sul piano della coesione sociale. Un’intermediazione tra cittadino e istituzioni.  Una intermediazione della fiducia. Pericolosa.
La valutazione d’impatto deve essere la più oggettiva possibile, e soprattutto deve servire ad autovalutarsi per migliorarsi; ma rischia di dar maggior valore agli elementi quantitativi, perché più facilmente misurabili, rispetto a quelli soggettivi e qualitativi.  Come si valutano elementi come la partecipazione, la coesione sociale prodotta dall’associazionismo, il fatto che la gente lavori insieme per un obiettivo comune, producendo valore e capitale sociale? Il rischio è valutare i servizi e non i processi, cioè i risultati rispetto ai processi. Mi spiego meglio. A mio avviso, il vero valore dell’associazionismo, in perfetta linea con l’art. 118 comma 4 della Costituzione, non è dato dai servizi che produce, ma dall’associazionismo in sé, cioè il fatto che i cittadini partecipino, singolarmente o in maniera aggregata, alle dinamiche sociali, politiche ed economiche del Paese. Generando capitale sociale.
 
L’investimento medio delle fondazioni di origine bancaria nella cultura è del 30%. Si parla sempre più dell’impatto della cultura nel welfare? Come valutarlo?
Per me la cultura produce valore in sé. Il suo valore non è dato dai posti di lavoro che genera o dal suo impatto sociale, ma  dal fatto che accresce la consapevolezza, aiuta a capire, rende più liberi. Invece sembra quasi che viva un complesso di inferiorità, cioè che debba dimostrare il proprio valore utilizzando il metro di misurazione tipico di altri settori, quali gli occupati, il fatturato, ecc.. È come chiedersi quale impatto produca l’educazione. L’educazione è un bene della comunità, del Paese, ma non si deve giustificarne l’esistenza attraverso il numero di occupati.
Nel contempo vedo l’efficacia di  molte delle progettualità che finanziamo in cui  l’arte e la cultura sono strumento per l’inclusione sociale. Sono combattuto tra queste due visioni, sul rischio di utilizzare l’arte strumentalmente rispetto a un obiettivo sociale. Ho riflettuto molto su questo tema perché stiamo avviando un progetto  Acri  con  la Compagnia della Fortezza di Volterra e con alcune fondazioni che attiveranno altre associazioni all’interno di istituti di pena per rafforzare le esperienze di teatro in carcere. E il drammaturgo e regista Armando Punzo, che dirige la Compagnia della Fortezza, sottolinea che l’inclusione  sociale deriva dal produrre qualità attraverso l’arte,  fare arte di qualità. Non piegare l’arte a un fine sociale, ma perseguire l’Arte con libertà e indipendenza, consapevoli che, indirettamente, essa produrrà valore sociale.
 
A proposito di educazione, Lei è impegnato direttamente nel progetto di sistema di contrasto della povertà educativa (ndr impresa sociale Con i bambini). Qual è il bilancio?
L’esperienza sta andando avanti in maniera molto positiva. Ad oggi abbiamo finanziato 166 progetti per un totale di oltre 135 milioni di Euro. Stanno per partire 5 progetti nelle aree terremotate del centro Italia, avviati non con bando, ma con progettazione partecipata, attraverso un processo di attivazione sul territorio curato da Marco Rossi Doria. Stiamo anche promuovendo l’iniziativa in cofinanziamento in cui facciamo un matching fund con altri finanziatori che scadrà a fine giugno. Stiamo inoltre lavorando alla definizione delle linee guida per l’utilizzo dell’attività delle risorse rimanenti per l’ultima annualità del 2018.
 
Cosa sta emergendo da questa esperienza?
La qualità dei progetti è mediamente buona ed è sicuramente andata migliorando rispetto al primo bando, come è normale accada in un processo naturale di apprendimento.
C’è un grande coinvolgimento dei territori, grazie anche al lavoro svolto da alcune fondazioni di origine bancaria che si sono attivate per fare da apri pista per lo sviluppo delle varie partnership che si sono create. Un altro elemento positivo è che, probabilmente, alla luce delle esperienze fatte con questi bandi, si andrà nella direzione di una raccolta di idee libere e aperte, con pochissimi vincoli, per far emergere le proposte in modo più aperto, sperimentare elementi di innovazione.
E credo che il successo di questa grandissima iniziativa starà tutto nella capacità di analizzare i risultati, gli esiti, i processi che saranno attivati dai vari progetti che abbiamo messo in campo. Ci vorrà un po’ di tempo per coglierne delle policy da proporre a livello nazionale, alla politica e al pubblico. Cioè identificare quei percorsi che hanno prodotto impatti significativi per farli poi diventare policy.
 
In questi giorni si sta avviando il nuovo sistema previsto dal Codice del terzo settore per i Centri di servizio per il volontariato.
Si è in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto che istituisce l’Organismo nazionale di controllo (ONC), ma i contatti sono già stati avviati proprio per essere pronti.
Sono molto positivo sulla Riforma relativa al sistema del Centro di servizio di volontariato per una serie di motivi: in particolare, quello che è stato scambiato per centralismo -questo decreto ha avuto delle critiche perché prevede un Organismo nazionale di controllo (termine in effetti molto forte)- è sostanzialmente un sistema condiviso di supervisione, anche sul corretto sull’utilizzo delle risorse. La finalità principale di questo organismo è, infatti, concertare, tra i vari soggetti coinvolti, che siano pubblici o privati, il miglior utilizzo di queste risorse nell’ottica del produrre servizi di qualità a favore del volontariato e garantire un efficiente utilizzo delle risorse.
La grande innovazione del fondo costituito a questo scopo è che nella governance ci sono molte anime  che possono trovare insieme le soluzioni più idonee al buon funzionamento del sistema. Un esempio. Se  ci fossimo attenuti alla legge 266 del 1991 e al relativo decreto attuativo, i centri di servizio del Sud avrebbero rischiato di non avere risorse perché ci sono poche fondazioni in quelle aree e il meccanismo di ridistribuzione delle risorse prevista nel decreto non era assolutamente efficace. Negli anni si  è riusciti a sopperire a questa mancanza normativa attraverso la buona volontà dei vari soggetti coinvolti: Acri, CSVnet, Consulta dei Comitati di gestione e Forum Nazionale del Terzo Settore. Oggi, con la riforma, questi processi diventano parte integrante del sistema e non più solo il frutto della buona volontà delle parti.
 
Inoltre, in passato, con la precedente norma, le risorse dei Centri di servizio per il volontariato seguivano quasi una logica di “finanza pubblica”, per la quale le risorse stanziate andavano utilizzate nell’anno di attribuzione. Quindi,  se i bilanci delle fondazioni erano particolarmente positivi, allora le risorse andavano ai Centri di servizi a prescindere dal loro fabbisogno. Negli anni d’oro questo ha portato a situazioni di iper-strutturazione dei Centri di servizio, che poi  hanno dovuto fare i conti con la crisi e una significativa riduzione degli stanziamenti. Ora, con il Fondo Unico Nazionale previsto dal Codice, si scindono le entrate dalle uscite: le entrate sono alimentate dalle Fondazioni in base ai bilanci, le uscite determinate sulla base dei fabbisogni definiti triennalmente dall’ONC. Le risorse in eccesso rispetto ai fabbisogni vengono accantonate per il futuro, mentre eventuali carenze di risorse sono colmate da contribuzioni integrative delle fondazioni.
 
Può darci qualche anticipazione sui bilanci del 2017?
I bilanci delle fondazioni sono in corso di approvazione. Dalle anticipazioni che ci sono pervenute possiamo però dire che gli avanzi d’esercizio, che sono la base per le erogazioni future, sono estremamente positivi. Superiamo abbondantemente il 50% in più dell’esercizio 2016. I benefici si vedranno nelle erogazioni 2018 che, presumibilmente, saranno molto positive.
 
 
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