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La Cultura sostenibile

  • Pubblicato il: 15/06/2018 - 13:03
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Paola Dubini, Università Bocconi
Si è concluso con un grande successo di mobilitazione di soggetti, idee e azioni con oltre 600 eventi nel paese la seconda edizione del Festival dello sviluppo sostenibile, promosso da Asvis, presentato su queste colonne dal portavoce Enrico Giovannini. I 17 obiettivi proposti dall’ONU a livello globale per lo  sviluppo  sostenibile verso il 2030 stanno entrando in modo pervasivo nell’agenda di una varietà di operatori, pubblici, privati, appartenenti alla società civile. E anche le organizzazioni culturali che condividono per missione alcuni pilastri degli SDGs, come  attori economico-sociali sono toccate dai grandi temi di dibattito.
 “Lo sviluppo generato dalla cultura è sostenibile perché è orientato al lungo periodo, al patto fra generazioni, alla conservazione e alla valorizzazione delle risorse disponibili” Purtroppo però, il modo in cui gli SDG incorporano al loro interno la cultura è carente e  mette in evidenza solo la componente “patrimoniale”: “sembra un po’ di ritrovare una definizione arricchita della cultura (o del patrimonio e del paesaggio) come “petrolio dell’Italia”, in cui la conservazione è fine, e diventa mezzo per attirare turisti. (…) La parte che viene trascurata  (…) è il valore di relazione che le organizzazioni culturali costruiscono attraverso le loro attività, valore che si esprime in tre direzioni fondamentali. Come rimediare? Ne parla l’economista della Cultura Paola Dubini, Università Bocconi.

I 17 obiettivi proposti dall’ONU a livello globale per lo  sviluppo  sostenibile verso il 2030 stanno entrando in modo pervasivo nell’agenda di una varietà di operatori, pubblici, privati, appartenenti alla società civile. E anche in ambito culturale non mancano esempi di protocolli, produzioni, eventi e operatori particolarmente sensibili ai temi della sostenibilità nelle sue diverse declinazioni. Le imprese culturali adottano pratiche comuni al mondo delle imprese (dai protocolli GRI4 all’obbligo di redazione di bilanci di sostenibilità secondo il D.Lgsl 254 del 30/12/2016 per le imprese di maggiori dimensioni); le organizzazioni no profit vanno nella direzione di elaborare bilanci sociali e si pongono quindi il problema di individuare gli ambiti rispetto ai quali rendicontare i propri impatti e gli indicatori più opportuni per misurarli; gli studi di impatto economico, per quanto parziali nel merito e macchinosi nel metodo sono molto diffusi presso istituzioni e organizzatori di festival; la crescita nel numero di comuni che ha messo in atto politiche specifiche in merito a mobilità sostenibile e riduzione di impatto ambientale (per citare le pratiche più diffuse) ha spinto numerosi organizzatori di festival a modificare le proprie pratiche; esistono protocolli specifici in diversi ambiti culturali (dalle produzioni cinematografiche  all’organizzazione di festival, alla gestione dei musei) che toccano diversi ambiti rilevanti in materia di sostenibilità. E infine, per alcuni operatori (mi vengono in mente ad esempio Santarcangelo Festival o Terraforma) la sostenibilità è parte della propria identità.
La cosa non stupisce per almeno due motivi: innanzitutto le organizzazioni culturali sono attori economico sociali e come tali sono toccate dai grandi temi di dibattito. Forse ci dimentichiamo del fatto che stiamo parlando di numeri non piccoli di operatori, capillarmente diffusi sul territorio nazionale. Senza entrare nel merito dei confini degli ambiti culturali e stando solo a operatori rilevati dalle statistiche nazionali, la tabella sottostante fornisce un’idea della varietà di operatori pubblici, privati e misti impegnati nella formazione, creazione, produzione, distribuzione conservazione e valorizzazione delle arti visive, performative e dei prodotti e servizi culturali.

 

Tabella: gli operatori in ambito culturale  
   
formazione artistica  
licei musicali 113
licei coreutici 34
licei artistici 171
accademie di belle arti 39
accademia nazionale di arte drammatica 1
accademia nazionale di danza 1
Conservatori 59
istituti superiori di studi musicali 18
istituti superiori per le industrie artistiche 5
istituzioni di alta formazione riconosciuti dal MIUR 24
centro sperimentale di cinematografia 5
Produzione  
Editori 4.000
editori di giornali e periodici 2.500
produttori audiovisivi 6.800
aziende della filiera televisiva 1.580
studi di architettura 61.000
studi di design 17.000
Distribuzione  
sale cinematografiche 1.740
Librerie 1.200
teatri stabili di prosa 64
fondazioni lirico sinfoniche 14
teatri di tradizione 29
Conservazione  
Biblioteche 17.000
Archivi 5.600
Musei 4.800
   
Fonti MIUR -MIBACT/ICCU - Istat - Eurostat -  2016/2017

 

Ma l’elemento che mi pare più rilevante è dato dal fatto che le organizzazioni culturali condividono “per missione” alcuni pilastri degli SDGs: lo sviluppo generato dalla cultura è sostenibile perché è orientato al lungo periodo, al patto fra generazioni, alla conservazione e alla valorizzazione delle risorse disponibili.  Lo sviluppo sostenibile è tradizionalmente e “naturalmente” incorporato nella missione di chi opera in ambito culturale. E questo vale non solo per i siti UNESCO o per le città creative UNESCO, ma è insito in tutti gli enti di conservazione e incorporato in buona parte degli operatori che si occupano di valorizzazione, di imprenditorialità culturale, di welfare culturale, di rigenerazione urbana.
 
Purtroppo però, il modo in cui gli SDGs incorporano al loro interno la cultura mette in evidenza solo la componente “patrimoniale” della cultura. I riferimenti specifici sono al goal 11.4 (“Potenziare gli sforzi per proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale e naturale del mondo”), indirettamente nel goal 8.9 (“Concepire e implementare entro il 2030 politiche per favorire un turismo sostenibile che crei lavoro e promuova la cultura e i prodotti locali”) e nel collegato goal 12.9, che recita “Sviluppare e implementare strumenti per monitorare gli impatti dello sviluppo sostenibile per il turismo sostenibile, che crea posti di lavoro e promuove la cultura e i prodotti locali”. Sembra un po’ di ritrovare una definizione arricchita della cultura (o del patrimonio e del paesaggio) come “petrolio dell’Italia”, in cui la conservazione è fine, e diventa mezzo per attirare turisti.
La parte che viene trascurata (o interpretata come cultura della sostenibilità, che ha a che fare molto marginalmente con i contenuti  di questa nota) è il valore di relazione che le organizzazioni culturali costruiscono attraverso le loro attività, valore che si esprime in tre direzioni fondamentali:
  • Costruzione di conoscenza 
  • Costruzione del senso di appartenenza e di coesione sociale
  • Costruzione di immaginari, spesso oggetto specifico dell’attività delle organizzazioni culturali e precondizione per la generazione di conoscenza e per la costruzione di appartenenza, per non parlare dell’attrazione turistica.
 
La formulazione degli SDGs riguardo alla cultura quindi ha due difetti: il primo è che “si dimentica” di una fetta importante di operatori culturali e il secondo che “riduce la potenza di fuoco” degli altri, che pure ne condividono finalità e logica.
Come rimediare? Vedo due questioni: come leggere il contributo delle organizzazioni culturali alla realizzazione di uno sviluppo sostenibile e come rendere le organizzazioni culturali sostenibili.
Riguardo al primo punto, occorre testimoniare il contributo delle organizzazioni culturali alla realizzazione di uno sviluppo sostenibile con riferimento almeno ai seguenti goal
  • Goal 4:  Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti
  • Goal 5.5 Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica. Le organizzazioni culturali operano in ambiti dove la parità di genere è spesso raggiunta e dove le percentuali di presenza femminile ai vertici è superiore rispetto alla media
  • Goal 10.2: Potenziare e promuovere l’inclusione sociale, economica e politica di tutti
  • Goal 11.3: Potenziare un’urbanizzazione inclusiva e sostenibile e la capacità di pianificare e gestire un insediamento umano partecipativo, integrato e sostenibile
  • Goal 16.10 Garantire un pubblico accesso all’informazione
  • Goal 17.6 Rafforzare l’accesso alle scoperte scientifiche, alla tecnologia e alle innovazioni
  • Goal 17.17 Incoraggiare e promuovere partnership nel settore pubblico, tra pubblico e privato e nella società civile. La varietà delle forme giuridiche e dei partenariati in atto in ambito culturale e l’attenzione al tema sono elementi di specificità di questi ambiti.
Penso sia utile alle organizzazioni culturali affermare con forza il proprio ruolo per uno sviluppo sostenibile, a livello territoriale e nazionale. E’ interesse di tutti che si realizzi uno sviluppo sostenibile e delle organizzazioni culturali impegnarsi perché chi ha cuore il tema orienti lo sguardo, il pensiero … e il portafoglio nella loro direzione.  Penso che gli effetti moltiplicatori di un investimento in cultura vadano ben al di là di quanto gli studi di impatto economico suggeriscano e che sia responsabilità delle organizzazioni culturali dimostrare la propria importanza.
Riguardo al secondo punto, la sostenibilità delle organizzazioni culturali (ambientale sociale ma anche economica) è tutt’altro che scontata. Gli operatori culturali ben lo sanno, non sembra i loro interlocutori sembrano rendersene conto. L’offerta culturale è in continua crescita, i tassi di introduzione di nuovi progetti e nuovi prodotti sono elevatissimi, la dimensione media degli operatori è fortemente polarizzata e i meccanismi di funzionamento dei mercati della cultura (dei prodotti, dei luoghi, del lavoro) facilitano la creazione di rendite di posizione da un lato e la marginalizzazione dall’altro. Le organizzazioni culturali ci pongono davanti ai limiti della sostenibilità.  Per creare un dibattito costruttivo sulla sostenibilità delle organizzazioni culturali (e un contesto più attento e partecipe ai loro destini) occorre, secondo me:
  • Testimoniare la presenza di casi virtuosi che incorporano nel loro modello di gestione le dimensioni di sostenibilità;
  • Identificare indicatori di vitalità culturale, in grado di restituire la capacità delle organizzazioni culturali di innovare da un lato e di includere dall’altro;
  • Raccogliere e restituire dati di sistema sulla domanda e sulla offerta di cultura, così da permettere agli operatori di elaborare con maggiore contezza strategie di crescita, di posizionamento e partnership con altri operatori; tutte le nostre riflessioni sui pubblici tendono a considerare il mondo della cultura come sommatoria di silos, mentre la pratica testimonia la rilevanza degli scambi e del meticciato culturale;
  • Fare advocacy per le organizzazioni culturali presso i loro interlocutori per facilitare una relazione più costruttiva fra operatori.
E’ un lavoro in buona parte non agevole per mancanza di dati specifici, perché esiste una grandissima varietà di forme e di modi in cui le organizzazioni culturali partecipano allo sviluppo sostenibile, perché non è diffusa nei settori culturali l’attitudine a rappresentarsi e a misurarsi in termini di indicatori. Penso però che questa direzione di lavoro sia importante e ineludibile.
 

Paola Dubini - Università Bocconi