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Il 2019 inizia ora

  • Pubblicato il: 17/05/2013 - 12:54
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Stefania Crobe
Via Mazzini a Perugia. Foto Gianluca Orselli

Perugia. Prosegue la corsa delle città italiane al titolo di «Capitale Europea della Cultura 2019», un’occasione che molte candidate stanno cogliendo per riportare la cultura al centro delle politiche di territorio, in un’ottica strategica di cambiamento.
Tra queste – sono candidate Ravenna, Matera, Siena, Palermo, Lecce, per indicarne alcune - spicca per visionarietà e capacità strategica la candidatura di Perugia, con il coinvolgimento di Assisi e dell'Umbria, che per il raggiungimento di questo obiettivo si è dotata di una fondazione di partecipazione con un comitato scientifico di alto valore, composto da professionisti – tra cui Ilaria Borletti Buitoni, Giuseppe De Rita, Andrea Granelli, Alessandro Campi, per citarne alcuni,- accomunati da uno stretto legame con il territorio, chi per provenienza, chi per adozione.

Ne parliamo con il Presidente della «Fondazione Perugiassisi 2019», Bruno Bracalente, nella cornice dell’appena inaugurato «Centro di Cultura Contemporanea - Palazzo della Penna», che ospita tra i suoi rinnovati spazi la mostra «L’arte è un romanzo», curata da Luca Beatrice.

Come nasce il progetto di candidare Perugia e Assisi, insieme, come «Capitale Europea della Cultura 2019»? La forma giuridica è quella di una fondazione di partecipazione. Quale è stata la risposta del territorio?
Il progetto è nato dalla volontà di presentare una candidatura che fosse della città capoluogo di Regione, quindi Perugia, insieme alla città umbra forse più nota, Assisi.
Due città complementari, città d’arte e di cultura entrambe, ma certamente diverse l’una dall’altra.
Anche se poi si dovrà arrivare alla candidatura di una città singola dal punto di vista formale, dal punto di vista sostanziale non cambierà nulla,  perché sarà un progetto articolato, centrato su Perugia, con una presenza molto forte di Assisi, per valorizzare tutto quello che Assisi rappresenta  in Italia e nel mondo, ed estesa anche ad altre realtà regionali.

E proprio per questo è stata costituita una fondazione di partecipazione i cui soci fondatori sono  Comune di Perugia, Comune di Assisi, Regione Umbria. La scelta è stata quella di costituire una fondazione aperta all’adesione di altri soci partecipanti, cosa che è avvenuta in misura anche superiore all’attesa. Già 42 soggetti hanno aderito, altri 10 hanno avanzato la proposta e saranno pronti ad entrare, una volta deliberata l’adesione.
Tra questi la Camera di Commercio, che rappresenta le forze economiche e i settori produttivi della Provincia di Perugia e che è anche il principale sponsor dell’operazione, le quattro istituzioni accademiche – l’Università degli Studi, l’Università per Stranieri, l’Accademia di Belle Arti e il Conservatorio di musica –, la Provincia di Perugia con alcune municipalità dell’Umbria, organizzazioni imprenditoriali, associazioni sindacali, fondazioni civili (Fondazione Brunello Cucinelli, Fua Fondazione Umbra Architettura, Fondazione Lungarotti, Fondazione Perugia Musica Classica, Fondazione Post), enti di formazione e altri enti culturali, etc.
Una partecipazione molto estesa che rappresenta tutto il mondo culturale, ma anche economico, della Regione.

La scelta di fare una fondazione di partecipazione è unica, non è stata fatta da altre città candidate, che si sono limitate a predisporre un ufficio, un semplice comitato oppure si sono affidate a consulenti esterni.
Qui è stata istituita una entità autonoma, ovviamente indirizzata dai soci fondatori, per realizzare il progetto. Questo è un punto che ha una doppia valenza: è uno strumento di coinvolgimento di tutte le componenti della società cittadina, e l’ampia adesione ne è una dimostrazione, e  segue appieno le linee guida dell’Unione Europea, perché dotarsi di una struttura culturalmente autonoma rispetto alle istituzioni politiche costituisce un punto di forza. Significa dare autonomia culturale a chi gestisce e definisce il progetto di candidatura, lontano da pressioni politiche, e guardare solo alla qualità del progetto stesso.

Quali sono i requisiti di partecipazione alla «Fondazione Perugiassisi2019»?
Un contributo  economico per i Comuni, proporzionale alla popolazione. Per gli altri soggetti si è parlato invece di una partecipazione in cambio di servizi e attività, non si poteva certo chiedere alle Università, il cui bilancio è in difficoltà, di dare un contributo economico. Mettono a disposizione le loro reti e rapporti internazionali. Questo è un aspetto peculiare proprio delle Fondazioni di partecipazione. Fondamentale per la candidatura è infatti la cooperazione culturale transfrontaliera.

Come vi state muovendo sul versante dei rapporti internazionali?
Un investimento riguarda proprio i rapporti internazionali, soprattutto quelli con la Bulgaria.
Saranno due le capitali europee della cultura nel 2019, l’altra sarà scelta dalla commissione in Bulgaria e noi stiamo stringendo diverse relazioni con città bulgare candidate, attraverso le nostre università ma anche con i soggetti culturali con i quali pensiamo di dover co-produrre cultura.
Stiamo avviando inoltre uno studio sugli studenti universitari e Erasmus che transitano per Perugia mettendo in rete, grazie all’Università per Stranieri, le università europee con una forte incidenza multiculturale.
Monitoriamo il parere di giovani studenti, italiani e provenienti da tutto il mondo, sulla città – punti di forza e di debolezza – e su cosa bisogna puntare per diventare capitale europea della cultura.
Per avere una visione giovane di questa sfida.

Cruciale per la candidatura a «Capitale Europea della Cultura» non è tanto la valorizzazione del territorio esistente quanto la «produzione» di cultura. Come si sta muovendo la Fondazione, in termini di strategia, per essere competitiva rispetto alle altre città candidate?
C’è una novità, ora che tocca all’Italia. Abbiamo città candidate che sono di tipo diverso rispetto alle città degli altri paesi che sono state, o saranno, «capitale europea», ovvero prevalentemente città industriali in declino che attraverso la cultura si sono inventate una nuova prospettiva di sviluppo, come Liverpool o Glasgow, la stessa Genova, ultima città italiana capitale.
Ora, invece, tutte le città che concorrono sono già città d’arte, della cultura, ma sono anche città che in qualche modo hanno bisogno di reinventarsi.
Ogni città segue la sua strategia, noi puntiamo molto sul rafforzamento dell’offerta culturale che già esiste e che, attraverso reti più strette di rapporti esteri, ha una proiezione internazionale forte, guardiamo alla valorizzazione dell’arte contemporanea.
In Umbria ci sono diversi punti di eccellenza ma, come al solito, quello che manca è la sistematicità, un circuito e un percorso regionale, una rete.
E’ quanto verrà realizzato con la candidatura, a partire da Palazzo della Penna che diventa il punto centrale di questo sistema, per poi diramarsi verso Città di Castello – città di Burri – fino a Foligno, con il Ciac e poi Terni con il Caos.
Un esempio di come la candidatura promuova il nuovo, un’arte radicata nel passato ma proiettata verso il futuro.
Ma la cultura è qualcosa di vasto, comprende la creatività, le imprese creative, le occasioni di lavoro per i giovani e allora c’è un altro punto qualificante per  Perugia: la presenza di quattro istituzioni accademiche e  la capacità di formare capitale umano qualificato, in tutti i campi.
Abbiamo però un sistema produttivo che non assorbe tutti questi laureati e allora il progetto «capitale della Cultura» dovrà rispondere anche a questa contraddizione, ad una grande ricchezza di patrimonio culturale, di istituzioni formative di alto livello  e alla difficoltà di trasformare tutto questo in economia, in buona occupazione per tutti coloro che  hanno fatto un investimento in formazione qualificata.

Quindi nel progetto di candidatura teniamo in considerazione tutti questi aspetti, la necessità di produrre idee, di realizzare imprese creative,  anche utilizzando strutture dismesse.
E’ stato da poco presentato il bando per il concorso di idee per il progetto di riqualificazione dell’ex carcere maschile, nuovo  luogo della cultura dedicato a start-up, al co-working,  e a tutte quelle forme di innovazione che stanno prendendo piede anche in Italia e di cui Perugia vuole essere uno dei centri più rilevanti.

Come declinare la cultura come volano di sviluppo, non solo economico ma anche sociale?
La componente sociale è fondamentale e la riconosco come tale, nonostante io sia un economista! [ride, ndr].
Le città che hanno delle forme di degrado urbano, che poi diventa anche sociale, attraverso la cultura possono ribaltare  la situazione. Pensiamo a Marsiglia, attuale capitale europea della cultura. L’investimento in cultura è certamente la prima risposta che si può dare. Basta trasformare dei luoghi di degrado in luoghi in cui si coltiva cultura e il degrado sparisce automaticamente.
Noi abbiamo un centro storico che ha patito il problema dell’abbandono,  conseguente anche al tipo di sviluppo della città,  che ha privilegiato insediamenti nelle periferie, e questo si è portato dietro problemi anche di carattere sociale. Come risponde la candidatura a capitale europea della cultura? Attraverso  nuovi investimenti, nuove infrastrutture culturali ed economiche nei centri storici per una rigenerazione sociale a base culturale, una rivitalizzazione economica e una riqualificazione urbanistica.
Mentre molte capitali degli anni passati hanno colto questa occasione per risanare aree industriali dismesse, città come Perugia devono cogliere questa occasione per rigenerare il proprio centro storico.

Vi state muovendo con una programmazione a lungo termine che vada oltre l’immediatezza della candidatura a «capitale europea della cultura»?  In termini economici a quanto ammonta questo investimento?
Indipendentemente dall’esito della competizione questo sforzo progettuale, che comprende il rafforzamento di reti nazionali e internazionali, un notevole lavoro per dare sistematicità all’offerta culturale, progetti per nuovi grandi investimenti in cultura e creatività, diventa di per sé un investimento che produrrà effetti positivi per il futuro.
Ci sono diversi progetti a cui si sta lavorando , per i quali si individuano i luoghi dove realizzarli, le risorse economiche attraverso cui finanziarli, il capitale umano  per portarli a compimento. Una volta messo insieme tutto questo, il fatto che non si diventi capitale europea non legittima a mettere tutto in un cassetto e a dimenticarsene.
E’ dunque un reale investimento in idee, progettualità, in ricerca di risorse, di compatibilità, di partnership private, che produrrà un ritorno anche se non si dovesse diventare «Capitale Europea della Cultura». Questo impegno lascerà delle tracce, producendo «fatti» e risultati positivi in ogni caso.
A tal proposito volevo citare il progetto Italia2019 a cui teniamo molto, noi e tutte le altre città candidate,  e che intendiamo presentare al Governo affinché la progettazione e l’impegno che stiamo portando avanti non vadano persi, ma vadano raccolti in un impegno programmatico  che faccia in modo che almeno i principali progetti possano comunque essere realizzati, facendo massa critica con tutte le città che, come noi, stanno lavorando con impegno.
Vorremmo che questi progetti andassero realizzati, anche con il sostegno del governo, con le risorse della nuova programmazione 2014-2020, in modo da attuare un progetto Italia2019, che sia un investimento in politiche culturali del Paese e anche un nuovo volano di sviluppo economico, di cui abbiamo veramente bisogno.
Il progetto «Capitale Europea della Cultura» è una competizione virtuosa, ci sarà un vincitore ma vogliamo che tutti abbiano modo di contribuire allo sviluppo delle loro città e  del Paese con la progettualità che ne frattempo hanno messo in campo.

Gli investimenti legati alla capitale europea della cultura sono molto consistenti, in particolare per quanto riguarda la realizzazione di nuove infrastrutture, ma anche per realizzare un programma culturale che deve coprire un intero anno. Ancora non abbiamo idee precise al riguardo. Dati certi li abbiamo invece per quanto riguarda il nostro budget per realizzare il progetto di candidatura: nel 2012 abbiamo chiuso un bilancio di poco più di 200.000 euro circa e abbiamo definito il bilancio per il 2013 di circa 650.000 circa. Poi se supereremo la fase preliminare avremo un altro anno di lavoro.

Le scuole sono state coinvolte nel progetto di candidatura? Come hanno risposto?
Hanno risposto positivamente e saranno coinvolte ancora di più se si supererà la fase preliminare.
Intanto hanno risposto attraverso il progetto di un giornalino - «Let’s go» - attraverso il quale gli studenti più attivi della città, tra i 15 e i 18 anni, hanno riflettuto sulla candidatura. L’obiettivo è poi quello di trasformarlo in una piattaforma web per scuole 2.0. Numerose le altre iniziative che transitano attraverso i social media e coinvolgono proprio la platea giovanile, come ad esempio un concorso fotografico veicolato su Instagram. Un passo verso la cittadinanza europea.

In questa visione di lungo periodo, che ruolo hanno le altre città dell’Umbria?
Alle altre città dell’Umbria abbiamo chiesto di avere un ruolo importante anche entrando nella fondazione, e alcune hanno risposto positivamente, sia entrando nella Fondazione, sia attraverso contributi progettuali .
A tutte le principali istituzioni culturali delle città umbre è stato chiesto di partecipare e tutte hanno risposto positivamente: da Città di Castello a Foligno, a Terni.
Tra l’altro stiamo rilanciando il ruolo dei gemellaggi europei delle città umbre,  per riattivare una discussione sul futuro dell’Europa a partire dalle comunità locali, visto che il tentativo di 10 anni fa di dare vita ad una costituzione europea non ha prodotto risultati. Noi proponiamo l’attivazione di un percorso che partirà subito e che avrà il suo culmine nel 2019, che prevede la partecipazione di tutte le città umbre che mettono a disposizione di questo progetto le loro reti, generando un tavolo di discussione europeo di comunità locali che  si confronta sul futuro dell’Europa e sulla cittadinanza europea.

Come ha risposto, invece, l’imprenditoria privata?
L’imprenditoria privata crede molto al progetto, lo dimostra la partecipazione alla Fondazione della Camera di Commercio, di diverse associazioni imprenditoriali, dalla Confindustria alla CNA, alcune imprese private, alcune fondazioni. L’interesse c’è, anche perché la candidatura è costruita non solo su un programma culturale per il 2019 ma anche su un insieme di progetti che riguardano la riqualificazione della città nel suo complesso e le attività imprenditoriali legate alle cultura, al turismo, alla creatività.
Alcuni interventi infrastrutturali sono già in corso, come il Centro culturale di Palazzo Penna, inaugurato da poche settimane, altre sono in progress, come il Polo Bibliotecario agli Arconi e l’auditorium di San Francesco al Prato. Ci sono poi altre iniziative che riguardano il piano di riqualificazione strategica del centro storico che della candidatura è parte integrante, anzi è l’asse portante del progetto di sviluppo della città legato alla candidatura.
I privati sono interessati a vedere i fatti, come questo percorso di candidatura mette in moto progettazione e investimenti.

Chiedono una visibilità in termini di immagine o sono interessati anche a partecipare a livello progettuale?
C’è un interesse a sostenere e a partecipare. Si rendono conto che la città e la Regione hanno la necessità di attivare un nuovo ciclo di sviluppo, che non può essere la prosecuzione di quello vecchio. Si rendono conto che la cultura non è legata alla economia solo attraverso i meccanismi del turismo culturale, che richiamano una «concezione petrolifera» dei beni culturali, come giacimento da sfruttare, ma che cultura è prima di tutto  «creazione», come è sempre stato, innovazione, industria creative, sviluppo, lavoro qualificato. Anche i privati sono consapevoli che è una strada che dobbiamo assolutamente percorrere.

Chiudiamo le nostre interviste con un consiglio di lettura
Consiglio il bel libro di Charles Landry «City making. L'arte di fare la città», tradotto in italiano e pubblicato già dal 2009 da Codice Edizioni di Torino.

Bruno Bracalente, Presidente Fondazione Perugiassisi 2019
Professore ordinario di Statistica economica nella Facoltà di Economia dell’Università di Perugia. E’ stato Direttore del Dipartimento di Economia, Finanza e Statistica e Preside della Facoltà di Economia dell’Università di Perugia. Dal 1995 al 2000 è stato Presidente della Regione Umbria e, in tale veste, nominato Commissario del Governo per l’emergenza e l’avvio della ricostruzione dopo il sisma del 1997. E’ autore di numerosi libri e articoli su riviste nazionali e internazionali, principalmente in tema di sviluppo economico regionale in Italia e in Europa e, negli anni più recenti, in tema di impatto degli eventi culturali sullo sviluppo economico locale.

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