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L'eco del patrimonio a un anno dal sisma

  • Pubblicato il: 15/11/2017 - 00:01
Rubrica: 
PAESAGGI
Articolo a cura di: 
Maria Elena Santagati

Tra un’emergenza non ancora conclusa, una ricostruzione ancora da avviare (stanziati a settembre 170 milioni di € per il recupero dei beni culturali) e tanta, troppa burocrazia, il patrimonio culturale si conferma incarnazione dell’inestricabile legame tra luoghi e persone. E il terremoto si rivela «l’Alzheimer di una comunità». Ne abbiamo parlato con Monsignor Renato Boccardo, arcivescovo della diocesi di Spoleto-Norcia
 
In questo anno, tra polemiche, criticità e una burocrazia che appare spesso incapace di allinearsi al tempo della necessità, un ampio dibattito ha preso avvio sia sul fronte della gestione dell’emergenza, sia sul fronte della ricostruzione, con opposte fazioni tra chi sostiene il dov’era com’era, chi opta per un dov’era e si interroga sul come potrebbe essere. Senza alcun dubbio, i danni provocati dal sisma hanno costituito un’opportunità preziosa per interrogarsi sul valore del patrimonio culturale per la cittadinanza. Un patrimonio diffuso che unisce alla sua natura tangibile il valore intangibile di bene comune e che mostra, nelle regioni colpite, un legame indissolubile con l’aspetto identitario.
 
A sostegno del patrimonio mobile e immobile fortemente danneggiato dalle scosse registrate tra l’agosto e l’ottobre 2016, lo scorso settembre è stato approvato il «Primo piano degli interventi di ricostruzione, riparazione e ripristino dei beni culturali nei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria interessati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016». Il piano ha stanziato 170,6 milioni € con risorse del Fondo per la ricostruzione delle aree terremotate[1], di cui 137.600.000€ ripartiti tra le Regioni (Marche 60,95%, Lazio 14,82%, Umbria 14,23%, Abruzzo 10%) e 33.000.000€ per interventi in favore del Complesso Don Minozzi-Amatrice (RT), del Castello Pallotta-Caldarola (MC), della Cattedrale di Santa Maria Assunta-Teramo (TE) e della Chiesa di San Benedetto-Norcia (PG). Per quest’ultima si prevede un intervento del valore complessivo di 10 milioni €, di cui 6 stanziati dall’Unione Europea. Il piano è stato redatto in conformità ai criteri stabiliti dal Gruppo di lavoro formato dal Commissario straordinario, dal MIbact e dal rappresentante della Conferenza Episcopale Italiana, grazie al Protocollo d’intesa siglato dai tre rappresentanti il 21 dicembre 2016. Notizia recente, il testo della Legge di Bilancio 2018 trasmesso in Senato prevede un’accelerazione per la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico, in quanto le Diocesi potranno divenire soggetti attuatori per gli interventi di restauro delle chiese, nei limiti della soglia di valore europeo.
 
Dai dati MIBACT aggiornati al 31 luglio 2017, risultano messi in sicurezza nelle regioni colpite 952 beni immobili e recuperati 16.946 beni storico-artistici e archeologici, 4.513 metri lineari di beni archivistici e 9.743 volumi di beni librari. Si pensi che, soltanto in Umbria, su 1.155 segnalazioni di edifici danneggiati, la maggioranza (1.055) è costituita da chiese, i beni mobili storico-artistici e archeologici recuperati sono in totale 5.535, mentre il numero di volumi è pari circa 5 mila.
 
A 20 anni dal sisma che colpì Umbria e Marche e a un anno dal sisma che ha colpito duramente Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, incontriamo l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, Monsignor Renato Boccardo.

Patrimonio culturale e ricostruzione. Quali riflessioni ha maturato in questo anno?
Direi innanzitutto che i monumenti sono l’espressione dell’identità di queste popolazioni, sono monumenti di arte, di storia, di cultura e di fede. La popolazione si riconosce in questi monumenti, negli edifici e nelle opere d’arte in essi contenuti. C’è quindi una molteplicità di sentimenti: senso di appartenenza, identità, custodia di una memoria, il dovere di tramandare a chi viene dopo questa grande ricchezza. Non si tratta di una ricchezza soltanto dal punto di vista artistico, ma di una ricchezza anche umana, di sapienza, di modo di interpretare la vita. La sfida che dobbiamo affrontare tutti insieme è quella della ricostruzione, ma questa porta con sé necessariamente delle riflessioni e delle domande. Il primo criterio è quello della sicurezza, altrimenti, come purtroppo è successo, con la preoccupazione di non toccare le pietre si rischia di perdere vite umane. Bisogna innanzitutto ricostruire con criteri antisismici e mettere in sicurezza quei monumenti che non sono crollati, con interventi seri che rischiano anche di essere invasivi. Sono tuttavia convinto che, con l’intelligenza, la responsabilità e la coscienza di coloro che dovranno intervenire, si potranno eseguire lavori allo stesso tempo sicuri ed esteticamente gradevoli. Il secondo aspetto è come ricostruire. Si sa bene che c’è una corrente di pensiero che sostiene che tutto vada ricostruito come prima. Poi c’è un’altra corrente, che io sposo pienamente, che sostiene che ricostruire tutto come prima sarebbe un falso storico. Perché non pensare a qualcosa di contemporaneo che tenga insieme i pezzi rimasti e segni anche visivamente e artisticamente questo terremoto? Il terremoto ferisce non soltanto la persona nella sua storia, nella sua sensibilità, nei suoi punti di riferimento, ma ferisce anche gli edifici, che devono portare il segno storico di questi eventi. Guardiamo alle nostre chiese e ai vari edifici che sono stati costruiti nel corso dei secoli: si tratta di stili che coesistono l’uno accanto all’altro.

I beni ecclesiastici, ovvero i maggiormente colpiti, si caratterizzano non solo per la loro enorme ricchezza ma anche per la loro capillare presenza sul territorio, un patrimonio diffuso che costituisce un valore aggiunto per attivare processi di partecipazione della popolazione nella conoscenza, tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio. Qual è la vostra linea di intervento in merito? 
Ho assistito a diversi recuperi realizzati dai Vigili del Fuoco, dai funzionari della Soprintendenza e dei musei… La cosa che mi ha sempre colpito è stata vedere la reazione delle persone quando dalle macerie appariva una statua o un frammento di qualche opera. E ognuno aveva qualcosa da raccontare: «Mia nonna mi diceva…», «Io mi sono sposato davanti a questa Madonna…», «Mio zio era il custode…». La gente riconosce in questi pezzi non soltanto un’opera d’arte o un’immagine sacra, ma la propria storia. Questo territorio è infatti strettamente legato alle proprie chiese e a quanto queste custodiscono. È una storia di umanità, di grande interiorità. Portando via questi edifici, tra l’altro i monumenti della Valnerina erano principalmente costituiti da chiese, il terremoto toglie la memoria. Una volta ho infatti definito il terremoto come l’Alzheimer di una comunità. Perdi i punti di riferimento che ti legano al territorio, alla storia, e che ti raccontano una storia. Il rischio tra l’altro è adesso quello dello spopolamento. Allora tenere vive le radici diventa un radicare.
Occorre innanzitutto procedere con il restauro, la maggior parte degli oggetti sono feriti, più o meno gravemente, con la preoccupazione di farli tornare nel loro luogo di origine proprio perché espressione di una identità, sensibilità e cultura locale. Evidentemente ci vorrà del tempo per la ricostruzione delle chiese e per garantire la custodia in sicurezza di questi beni, allora cosa fare nell’attesa… Ho proposto un progetto per la Chiesa di San Salvatore a Campi di Norcia, un gioiello del XIII secolo. È rimasto ben poco… Nella ricostruzione, perché non costruire nella stessa sede anche un’aula o un edificio dove raccogliere tutti i pezzi provenienti dalle chiese della zona, nell’attesa che tornino nel luogo di provenienza. In tal modo si renderebbero fruibili alla gente del luogo, che ha un legame con questi oggetti, ma anche ai turisti, piuttosto che conservarli in dei magazzini inaccessibili o in chiese che raramente vengono aperte al pubblico. Si tratta di creare lì un luogo della memoria.

In un contesto ancora particolarmente critico, quali sono le priorità e quali i traguardi raggiunti?
La priorità è restituire alla gente condizioni di vita dignitose e sicure. Qualcuno mi chiedeva se la fase di emergenza fosse finita… Ho risposto che l’emergenza può essere considerata finita nel senso che sono state approntate soluzioni abitative provvisorie per la popolazione, ma l’emergenza sarà realmente conclusa soltanto quando ognuno sarà rientrato nella propria abitazione. Dunque l’emergenza continua da questo punto di vista.
Grazie alla solidarietà e alla disponibilità di tanti, istituzioni, organizzazioni, singoli cittadini, senza dimenticare ovviamente i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, le Forze dell’Ordine, la Soprintendenza, ognuno per la sua competenza, si è riusciti a dare segni concreti di vicinanza. Ad esempio attraverso la Caritas, nazionale e diocesana, siamo riusciti a intervenire per sostenere la ripresa di alcune aziende familiari, penso agli agricoltori, agli allevatori, alle piccole imprese artigianali, per aiutare la popolazione a riprendere quanto prima e per quanto possibile una certa quotidianità. Grazie alla colletta nazionale realizzata da Caritas Italiana nel settembre dello scorso anno, abbiamo realizzato due centri di comunità, uno a Norcia, l’altro a Cascia. Si tratta di saloni polifunzionali costruiti con i più stretti criteri antisismici, che consentono alla popolazione di avere un luogo, sia per le celebrazioni della vita cristiana, sia per la socializzazione e la convivialità. Altri tre centri sono in costruzione a Campi di Norcia, ad Avendita e a Cerreto di Spoleto. Una grande rete di solidarietà ha fortunatamente circondato queste popolazioni, cosa che, potremmo dire, fa parte della natura del popolo italiano.
È doveroso, inoltre, sottolineare la collaborazione e l’intesa tra diversi enti e la Curia, in particolar modo per quanto concerne i beni ecclesiastici, che sono la maggior parte in questo territorio. Abbiamo oltre 300 chiese danneggiate, dalle quali sono stati estratti oltre 3.000 pezzi, statue, tele, vasi sacri, un grande patrimonio ora custodito nel Deposito di Santo Chiodo (Spoleto). Il tutto con la preoccupazione di salvaguardare un patrimonio che non è solo storico-artistico ma culturale e religioso, espressione della vita di un popolo. Evidentemente dobbiamo scontrarci, come sempre succede, con la burocrazia. A me piace ripetere che in tempo di guerra bisogna agire come in tempo di guerra e non di pace. Che cosa vuol dire? Vuol dire che la priorità è venire incontro alle esigenze della popolazione, dunque bisogna fare tutto nella più grande legalità e trasparenza ma evitando tutte le lungaggini burocratiche che possono essere evitate. Si perde così del tempo prezioso e si deludono le legittime aspettative della gente.
Quanto al rapporto con il Mibact, abbiamo avuto alcuni incontri con i responsabili, ma il rapporto passa normalmente per la Soprintendenza. Con la Soprintendenza dell’Umbria abbiamo un ottimo rapporto di collaborazione e di intesa, anche se non sempre si condividono pienamente le realizzazioni e le scelte. Ad esempio, mi domando, si tratta di una riflessione e non di un giudizio, se valga la pena spendere delle cifre sostanziose per realizzare delle coperture sui ruderi rimasti, quando poi tutto questo andrà smontato per iniziare un vero lavoro di ricostruzione, dove possibile. Forse varrebbe la pena concentrare le risorse che ci sono, e che si dice non essere abbondanti, su un lavoro immediato di ricostruzione. 
 
A un anno dal sisma, quali occasioni perdute e quali ancora da cogliere?
Dopo un anno, molte cose sono state fatte ma molto più rimangono da fare. Snellendo le procedure si potrebbero ottenere risultati maggiori. Si sarebbe potuto fare di più, con maggior celerità e precisione. Penso ad esempio alla lentezza nell’attribuzione delle soluzioni abitative, a distanza di un anno dal sisma. Le occasioni perdute sono imputabili principalmente alla burocrazia, non alla cattiva volontà o superficialità dei responsabili, tutt’altro. Ho visto la loro presenza assidua sul campo, ma la macchina è lenta. Le principali criticità riguardano indubbiamente la celerità nelle operazioni, la chiarezza delle risposte, l’operosità, il provvedere ai bisogni. Accanto a questo, va comunque sottolineata la grande rete di solidarietà e il grande impegno delle autorità civili, del Commissario, dei Prefetti e dei Soprintendenti. E’ vero però che la gente aspetterebbe qualcosa in più… Si parla di ricostruzione, ma finora è stata realizzata solo la messa in sicurezza degli edifici. Avviare la ricostruzione di un edificio pubblico sarebbe un segnale incoraggiante e di ripresa per la popolazione. L’augurio quindi è che finisca presto l’emergenza.
Un anno dopo le scosse, lo scorso 31 ottobre, al Centro Polifunzionale Boeri - C.O.C. di Norcia, si è tenuto il convegno «La messa in sicurezza ed il ripristino con miglioramento sismico dei beni culturali danneggiati dal sisma 2016. Definizione delle nuove politiche tra tutela e consolidamento», alla presenza dei principali rappresentanti nazionali e regionali.
 
Le ricorrenze, si sa, sono occasioni in cui i numeri sfoggiano particolare significatività e il tempo si fa memoria. Un processo di cui si sente l’esigenza, ora come non mai, come dimostrano alcune iniziative tra cui la recente uscita del libro «Storie di persone di una terra coraggiosa», che presenta undici esperienze di vita post-sisma in Umbria, dai volontari del Corpo di Solidarietà Europeo ai produttori di zafferano, pecorino e allevatori di cavalli, dalle restauratrici dell’Opificio delle Pietre Dure in forza al Deposito di Santo Chiodo ai docenti dell’Istituto omnicomprensivo di Norcia e Cascia, passando per un bimbo nato la notte del 24 agosto.
In estate, invece, commenti e post di giovani e giovanissimi del territorio, scritti a ridosso delle forti scosse, sono stati raccolti nel libro «Norcia, epicentro del mio cuore»: «Leggendoli capirete perché abbiamo sentito l’esigenza di raccoglierli in un volume: non potevano andare perduti nella voragine ipertrofica del web. Troppa memoria può voler dire nessuna memoria, come troppo rumore può assomigliare al silenzio. (…) I luoghi che abitiamo non sono solo contenitori della nostra vita, ma vivono in un rapporto continuo con le esistenze che in essi agiscono, in uno scambio diretto con il tempo che vi viene vissuto: è difficile districare l’intreccio. Questo mistero faceva dire a Simone Weil che “le belle città amano sentirsi amate”»[2].           
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[1] art. 4 decreto legge n. 189 del 2016

[2] Prof. Matteo Papini, promotore del libro, pag. 5.