Italia Non Profit - Ti guida nel Terzo Settore

La Strategia Nazionale per le aree Interne: sperimentare nuovi strumenti e nuove politiche per il patrimonio diffuso

  • Pubblicato il: 15/04/2015 - 01:05
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Filippo Tantillo

Le aree interne rappresentano oggi, nell’intrecciarsi delle crisi economica con quella ambientale, la riserva delle risorse naturali e culturali e della ricchissima «biodiversità» delle culture produttive e del «saper fare» del nostro paese. Su queste aree si sta oggi lavorando alla costruzione di una strategia nazionale di sviluppo complessiva, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata dal Ministero per la Coesione Territoriale nel 2013, con l’ambizioso obiettivo di invertire la loro secolare e crescente tendenza allo spopolamento, e di restituire loro centralità nella riflessione politica e nel dibattito sul futuro del nostro paese
 
 
 
Le «aree interne» del nostro paese sono, tecnicamente, le zone geografiche meno servite dai servizi pubblici. Sono state individuate e circoscritte costruendo un set di indicatori quantitativi che ne misurano la lontananza dalle scuole, dagli ospedali, dalle stazioni, in termini di distanza e raggiungibilità, cioè in tempi di percorrenza. Coprono oltre il 50% del territorio nazionale, ed ospitano circa il 25% della popolazione italiana. Nel nostro paese, così come nel resto d’Europa, coincidono con quelle aree che, dall’inizio dell’età industriale, perdono popolazione a favore delle città, dei fondovalle, della costa.
Si tratta di regioni il cui paesaggio porta le tracce di un secolare sfruttamento intensivo del territorio, di acqua, di risorse minerarie, di patrimonio boschivo, e di un successivo abbandono. Oggi in questi territori si sopravvive prevalentemente grazie a trasferimenti pubblici, le pensioni, l’impiego nelle minuscole strutture dell’amministrazione pubblica locale, e a piccole attività, agricole, commerciali, turistiche, artigianali. Sono aree omogenee dal punto di vista sociale e scarsamente conflittuali.
 
Non è però un paesaggio immobile: vi sono aree in cui negli ultimi anni è cresciuto il numero di giovani che sono tornati dopo aver studiato fuori, scoraggiati dalle condizioni di lavoro e dalle scarse opportunità che le grandi città oggi sembrano loro offrire, spesso con progetti di vita individuali: sistemare il mulino del nonno per farne un teatro, impiantare una struttura ricettiva ispirata alla permacultura, aprire una webtv del territorio. Arrivano portandosi dietro un patrimonio di relazioni sociali, esperienza e competenze che riversano nelle loro attività. Inoltre è cresciuta una nuova consapevolezza dei territori, spesso originata da una reazione alla localizzazione, decisa altrove, di una infrastruttura di servizio per le aree urbane, una linea ad alta velocità, un inceneritore per i rifiuti,  e una nuova capacità di organizzazione dei cittadini che riesce, qualche volta, ad esprimere una nuova giovane e più battagliera classe politica. Ed è a questi soggetti, giovani mossi da passione e portatori di competenze, ma anche imprese e istituzioni, fondazioni di comunità e banche locali, associazioni civiche, capaci di collaborare fra loro, che in un quadro di scarsità di risorse sperimentano strategie di sopravvivenza, che fa appello la Strategia coinvolgendoli in spazi di cooprogettazione nuovi, perché forniscano indicazioni utili ad individuare quegli snodi strategici tra cittadini e luoghi sui quali intervenire in maniera “agopunturale”, concentrando la spesa e cercando di massimizzarne gli effetti.
 
Come opera la Strategia[1]
L’obiettivo ultimo della Strategia è quello di invertire il trend allo spopolamento delle Aree interne; per fare ciò interpreta il territorio delle aree interne italiane come un insieme di aree-progetto, ossia di sistemi locali intercomunali ciascuno con una propria identità territoriale definita dall’intersezione di caratteri sociali, economici, geografici, demografici e ambientali. A ogni area-progetto, identificata attraverso una procedura pubblica d'intesa fra una Regione e lo Stato[2], viene richiesto di elaborare una "Strategia di area": un documento che costituisce sia la base per predisporre un Accordo di Programma Quadro (APQ), che identifica i capitoli di spesa, che sono equamente distribuite fra fondi ordinari dello Stato, definiti da Legge di Stabilità, che dai fondi strutturali regionali, sia lo strumento per comunicare in modo comprensibile a tutti i cittadini dell’area i risultati attesi e le azioni intraprese per conseguirli, e assicurarne trasparenza e verificabilità.
Pur nella naturale diversità di contenuti – imposta dalla specificità delle singole aree-progetto –, le Strategie di area vengono redatte secondo criteri comuni, secondo delle “linee guida” da osservare nella loro elaborazione. Si ritiene in questo modo di agevolare la costruzione del documento e, allo stesso tempo, di favorire la produzione di materiali con una struttura relativamente uniforme.
La costruzione della strategia prevede alcune tappe, la proposta di una Bozza di idea progettuale, proveniente dai territori, sulla quale comincia una fase di definizione finalizzata alla costruzione di un preliminare di Strategia e in seguito la redazione di una Strategia, che viene seguito da un team di tecnici costruito ad hoc per ogni area, che vede la compartecipazione dei ministeri aderenti alla strategia, delle regioni e della coalizione fra comuni dell’area progetto. Il team, a partire dalla bozza proposta dal territorio, favorisce la composizione di una comunità di progetto, alla quale hanno accesso i cittadini e le istituzioni, le imprese e le associazioni locali, ma anche i ministeri competenti e le regioni.  Il team guida i tavoli di coprogettazione, garantendo le attività di ricerca sul territorio, di scouting dei soggetti più dinamici, cercando di valorizzare le esperienze migliori, arricchendo il dibattito con l’apporto di competenze che non si trovano sul territorio, promuovendo indagini ad hoc a seconda delle esigenze (ad esempio indagini sulla domanda turistica, e analisi di mercato) e infine dando supporto alla redazione delle strategie[3].
 
 
I beni culturali nelle aree interne
In questo quadro, il patrimonio culturale rappresenta una delle più risorse più importanti sulle quali fare leva per invertire il trend di spopolamento delle aree interne, risorsa al quale la stessa Strategia accorda una centralità che è testimoniata dalla presenza diretta dal MIBACT nel Comitato Interministeriale che ne gestisce l’attuazione. Dal punto di vista materiale,  i luoghi della cultura distribuiti sul territorio nazionale (musei, siti archeologici, palazzi, beni ecclesiastici …) censiti nel 2011 dall’Istat sono in totale 4.588; di questi 1803 ricadono in Aree interne.
Quelli di diretta proprietà del MiBACT sono il  9% del totale: 414 di cui 100 in Aree interne (per il 70% si tratta di beni e siti archeologici).
Le biblioteche statali e non sono 17.322, di cui 4.312 in Aree interne.
Sempre sulla base del Censimento 2011, il numero di visitatori in tutti i luoghi della cultura (statali e non) nelle Aree Interne sono 13.868.793, su un totale di 103.888.764. Abbiamo quindi, a fronte di un patrimonio che in aree interne rappresenta circa un quarto dell’intero patrimonio nazionale, una fruizione che raggiunge a mala pena il 10%. [4]
 
Nello specifico, ci sono alcuni questioni che riguardano il patrimonio di queste aree che aprono un ripensamento complessivo delle politiche culturali del paese.
Vediamo quali sono: dal punto di vista della tutela, in queste aree abbiamo un ampio patrimonio spesso sottoutilizzato, in stato di abbandono, che in molti casi è stato recuperato attraverso l’impiego di ingenti fondi provenienti dai programmazione delle risorse europee. Stiamo parlando di un gran numero di castelli, palazzi nobiliari, grandi impianti industriali dismessi, che sono stati recuperati alla fruizione ma che, in assenza di forme di destinazione d’uso sostenibili, e oggi hanno ricominciato a degradarsi. Inoltre si tratta di un patrimonio molto fragile e fortemente esposto a fenomeni legati all’abbandono delle terre, che ha portato come conseguenza, ad esempio, alla riforestazione di zone in precedenza caratterizzate da presidi agricoli, depositari di competenze e saperi che si esprimevano nella “costruzione” di uno specifico paesaggio agrario e di cui ne garantivano la manutenzione.
 
Altri esempi significativi di perdita di patrimonio culturale che comportano elevati costi di ripristino sono le aree terrazzate liguri, oggi in condizioni di abbandono, semi-abbandono o di sottoutilizzo, per carenza di manutenzione, ed il cui degrado determina un rischio per la stabilità del versante, con conseguenze anche nella zona urbana valliva e costiera. In Calabria, l’esondazione del fiume Crati, il 18 gennaio 2013 ha coperto di fango gli scavi dell’antica città di Sibari. Sono necessari milioni di euro per riportare la città antica allo stato in cui si trovava il 17 gennaio.
 
Altra conseguenza del calo demografico delle aree interne è la perdita di memoria del “bene”, sia esso architettonico, archeologico o storico artistico, sia esso appartenente al patrimonio culturale immateriale: feste, musiche, riti, tradizioni, ma anche tradizioni alimentari o competenze artigianali.
 
Ad oggi si può affermare che il moltiplicarsi di banche dati centrali o di centri di documentazione locale (dai musei della arti e tradizioni agli ecomusei) non costituisce, di per sé,  un’azione efficace, se non nel momento in cui si “apre” alle comunità e “dialoga” con esse consentendo che il portato conoscitivo di cui è proprietaria (anche digitale) ritorni ai cittadini. La sopravvivenza di questa memoria, anche attraverso rielaborazioni in nuove forme creative, può essere garantita soltanto dalla “consapevolezza” di una comunità fortemente coesa all’interno di uno specifico territorio.
 
Il tema del paesaggio è uno di quelli su cui i territori chiamati a costruire la strategia ragionano di più. Le proposte che fino ad oggi sono pervenute dai territori, e che sono rintracciabili sul sito web http://community-pon.dps.gov.it/areeinterne/, riguardano il recupero dei centri storici e dei borghi rurali, delle malghe, di santuari, conventi e monasteri, attraverso la costruzione di percorsi, sentieri e vie di carattere religioso, oppure di ricomposizione in rete di musei e siti archeologici, legando il tutto fortemente al tema della fruizione turistica.
Non si tratta di ricette nuove, ma rispetto al passato gli attori locali sono ben più consapevoli che il problema che si pone con forza oggi è quello della concentrazione e sostenibilità degli interventi.
 
In molte aree sono messi in discussione tanto i modelli di gestione tradizionale pubblici e privati, o pubblico/privati, quelli che vedono una netta separazione fra attori della tutela e soggetti che operano sul campo della valorizzazione, ma anche un approccio complessivo che guarda al turismo come driver pressoché unico per la valorizzazione e la tutela dei beni culturali.
 
Si moltiplicano sul territorio, anche per quanto riguarda i beni culturali, esperienze orientate all’innovazione sociale, che promuovono, cioè, una cultura che vede nella capacità di creare valore sociale la chiave di volta anche economica per creare nuove opportunità di lavoro qualificato.
Anche il tema della gestione complessiva dei beni culturali e di un’organizzazione su base territoriale della fruizione, in un quadro come abbiamo visto di estrema frammentazione della proprietà e degli attori coinvolti nella tutela e nella valorizzazione (Stato, comuni, privati cittadini, istituti ecclesiastici) che è ben presente nelle proposte di strategia,  sembra fare i conti anche con una mutata domanda di cultura, meno centrata sui consumi passivi, ma più attenta alla rigenerazione del patrimonio materiale e immateriale esistente e ad nuova produzione culturale fortemente radicata sui territori, in grado di rinnovare continuamente l’offerta. Si moltiplicano i casi in cui ad uno specifico manufatto di valore culturale, o ad una tradizione artigianale e manifatturiera locale, vengono affiancate esperienze e proposte di rivivificazione, attraverso il coinvolgimento di università, anche lontane, centri studi, singoli artisti o ricercatori, ospitati in strutture di accoglienza temporanea, capaci di proporne una nuova narrazione.
 
Questa prima fase di lancio della strategia rappresenta una sfida, per i cittadini di queste aree, che devono passare da progetti localistici o di vita ad opportunità per la collettività, per i territori, che sono chiamati a ripensarsi e riorganizzarsi in maniera permanete attraverso la costituzione di Associazioni di comuni, e per le strutture dell’Amministrazione pubblica, che devono trovare strade per operare in maniera più efficace in regime di scarsezza di risorse.
Si tratta di un’operazione che passa inevitabilmente attraverso la messa a punto di nuovi strumenti di ascolto del territorio e di attivazione delle risorse locali.
 
La strategia, nei prossimi anni, si propone di avere le fattezze di un disegno di lungo corso, di una politica allo stesso tempo industriale e di tutela in una accezione ad un tempo meno dirigista e meno localista; deve essere ragionevole, ed essere quindi in grado di fare i conti con la scarsità di risorse, ed ambiziosa, perché deve contrastare una immagine di residualità che ha guidato le politiche di sviluppo su questi territori, e la percezione che ne hanno dei cittadini.
 
© Riproduzione riservata

Filippo Tantillo, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne

Ricercatore territorialista, esperto di politiche del lavoro e dello sviluppo, lavora da più di 15 anni con Istituti di ricerca e università italiane ed europee alla messa a punto di nuovi strumenti di ascolto del territorio e dei fenomeni sociali. Ha sviluppato modalità innovative di storytelling delle politiche pubbliche.
E’ fondatore e curatore di Shortonwork, festival internazionale di webdocumentari presso la Fondazione Marco Biagi di Modena; è molto attivo negli ambienti che lavorano affinché la Pubblica Amministrazione sia più vicina e attenta ai bisogni dei cittadini.
E’ coordinatore scientifico della team di supporto alla SNAI.
 

[1] Materiali Uval, Strategia Nazionale per le Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance, num. 31 – anno 2014  (http://www.dps.gov.it/opencms/export/sites/dps/it/documentazione/servizi/materiali_uval/Documenti/MUVAL_31_Aree_interne.pdf)

[2] La procedura di selezione delle aree progetto ha seguito due canali; l’autocandidatura dei territori e, lì dove non pervenute, da indicazione diretta delle regioni. Il tutto viene  verificato da una fase di istruttoria su campo con Regione e Comitato. Vengono valutati, oltre che i prerequisiti definiti dall’Accordo di partenariato fra Stato e Regioni, altri criteri, che sono la capacità porogettuale locale, la maturità istituzionale, la proposta progettuale del territorio, la capacità di leadership. 

[3] Tutti i documenti relativi alle dotazioni finanziarie in legge di Stabilità, e sugli accordi di partenariato con le regioni sono rinvenibili in http://www.dps.gov.it/it/arint/

[4] Una sintesi dei dati ISTAT MIBACT è rinvenibile al sito http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/UfficioStudi/documents/1326709603677_B2278-4_Ministero_-_Minicifre_2011.pdf