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La politica dei piccoli passi non porta lontano

  • Pubblicato il: 15/06/2018 - 13:03
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Patrizia Asproni
“In Italia il dibattito è inchiodato a categorie ormai obsolete, e vede ancora – di nuovo! – contrapporsi, ad esempio, posizioni ormai note sull’allocazione ideale del turismo, ieri al Mibac(t) e oggi all’Agricoltura. È la testimonianza di una visione ancora non sufficientemente evoluta, carente di un approccio realmente contemporaneo.” Carta bianca a Patrizia Asproni, Presidente della Fondazione Marino Marini. “Patrimonio naturale, culturale e artistico, turismo, enogastronomia, artigianato, design: sono elementi di un circuito che è virtuoso solo se percepito e valorizzato nel suo complesso (…). La politica dei piccoli passi, fino ad oggi, sembra non averci portato troppo lontano. È forse mancato, per permettere al settore culturale di dispiegare pienamente le sue potenzialità, il coraggio di qualche scossone. Forse traumatico, ma necessario. Come l’abolizione del Codice dei Beni Culturali, ormai superato e inadeguato a far fronte alla complessità”.

Che il cambiamento sia alle porte o meno, una cosa è certa. Mentre in paesi non troppo lontani e storicamente propensi all’innovazione come la Svezia il Ministero del Futuro è una realtà e anche molto concreta, poiché suo è il compito di studiare gli scenari del domani e indirizzare le politiche degli altri ministeri, in Italia il dibattito è inchiodato a categorie ormai obsolete, e vede ancora – di nuovo! – contrapporsi, ad esempio, posizioni ormai note sull’allocazione ideale del turismo, ieri al Mibac(t) e oggi all’Agricoltura. È la testimonianza di una visione ancora non sufficientemente evoluta, carente di un approccio realmente contemporaneo.
 
Patrimonio naturale, culturale e artistico, turismo, enogastronomia, artigianato, design: sono elementi di un circuito che è virtuoso solo se percepito e valorizzato nel suo complesso. Adottare questa prospettiva giustificherebbe, per esempio, (e perché no?) l’abbinamento delle competenze su beni culturali e ambiente, che presentano opportunità, criticità e rischi tra loro contigui.
 
Ma è solo uno dei segnali della necessità di ripensare le politiche per il Paese secondo una visione di maggiore integrazione e con sguardo aperto e lungimirante.
 
Esiste infatti un “paese reale” anche in ambito culturale e creativo, attraversato dalla rivoluzione digitale (tecnologie, realtà virtuale/aumentata, ecc.), influenzato dai mutamenti socio-economici (invecchiamento della popolazione, migrazioni) e industriali (automazione, intelligenza artificiale), tanto per citare le trasformazioni più evidenti, a fronte delle quali non si intravedono ancora strategie politiche e indirizzi programmatici adeguati.
 
Ma non si può trattare di politiche senza parlare di risorse. A questo scenario articolato e cangiante, infatti, fa da contraltare la tendenza – che non ha conosciuto sostanziali, reali e tangibili inversioni nel corso dell’ultimo decennio – al ridimensionamento degli investimenti pubblici nel settore culturale. 
 
E sebbene oggi si parli con più apertura di quanto non avvenisse in passato del rapporto pubblico-privato in ambito di beni culturali, l’ingranaggio non si è ancora sbloccato. Permane infatti, al livello della governance e della iniziativa legislativa, un fraintendimento essenziale per il quale la figura del privato si fa coincidere in tutto con quella del mecenate: un paradigma, per come viene concepito, poco distante da quello della sponsorship.
Ne è chiara testimonianza il sostanziale fallimento dell’Art-bonus: l’ambizione di celebrare finalmente il connubio tra privati (singoli o imprese) e patrimonio culturale attraverso strumenti di fiscalità agevolata, di fatto non si è realizzata, determinando avanzamenti timidi e ad oggi insufficienti.  Perché non ha funzionato? Non hanno compreso che non sono gli incentivi fiscali a fare la differenze e che ad oggi molti sono gli investimenti che erano già in essere che così beneficiano di de-fiscalizzazione.
 
D’altro canto, gli stimoli europei al project financing, che responsabilizza i privati sulla gestione, con investimenti che richiedono un piano pluriennale insieme, necessariamente, ad una progettazione strutturata e coerente per il loro recupero, rappresenterebbero una valida occasione per il settore pubblico di riprendere una strategia espansiva senza sopportarne interamente i costi: l’impegno dei privati solleva infatti l’amministrazione statale dal peso dell’allocazione di risorse non più disponibili, e contemporaneamente permette al settore pubblico di selezionare i progetti più validi accertandone i requisiti economici e garantendone la qualità.
Ciò riguarda tanto i beni quanto le attività culturali, ma è determinante, evidentemente, che non venga meno la consapevolezza della necessità di un’azione congiunta e non già di un meccanismo di sostituzione tra pubblico e privato. Per almeno due ragioni: da un lato, perché non esistono nei fatti esempi di istituzioni culturali o museali in grado di sostenersi del tutto autonomamente dal punto di vista finanziario; dall’altro perché lo Stato, anche sotto il profilo valoriale, non può cessare di essere responsabile della tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio di fronte alla comunità dei cittadini cui esso appartiene. 
 
Contemporaneamente, le istituzioni culturali hanno l’opportunità di rivedere i loro modelli organizzativi e gestionali, integrando olisticamente la loro finalità intrinseca con la creazione di valore economico, oltre che sociale ed umano ed includendo nella loro mission il contributo allo sviluppo dei territori e delle comunità sotto ogni profilo: audience development, ma anche sguardo ai mercati e (ricerca del) dialogo con le imprese.
 
Tuttavia, la politica dei piccoli passi, fino ad oggi, sembra non averci portato troppo lontano. È forse mancato, per permettere al settore culturale di dispiegare pienamente le sue potenzialità, il coraggio di qualche scossone. Forse traumatico, ma necessario.
 
Come l’abolizione del Codice dei Beni Culturali, ormai superato e inadeguato a far fronte alla complessità e ai cambiamenti che abbiamo descritto fin qui.
 
Occorre invece ritrovare il senso dell’articolo 9 della Costituzione in un nuovo strumento, più flessibile, semplice e trasparente, che sostenga un modello innovativo di tutela, conservazione e valorizzazione ma anche di partecipazione, educazione e identità. Che contribuisca alla costruzione e alla fertilizzazione costante di un ecosistema in cui conciliare eccellenza culturale e sempre più ampio coinvolgimento e inclusione dei cittadini globali.
Affinché tutto questo possa attuarsi con equilibrio è necessario dotare le istituzioni culturali di strumenti e competenze che possano resistere e reagire alle turbolenze dei mutamenti sociali e tecnologici, trasformandone la maniera di rapportarsi all'audience, rafforzandone la leadership con il dialogo continuo non solo con le nuove generazioni ma anche con quei cittadini che sono a rischio di isolamento sociale.
 
Non ci si può più limitare alla mera "gestione" della cultura, ma bisogna inserirla in scenari e previsioni avanzate, per una concretezza visionaria più che mai indispensabile ad una crescita sostenibile della nostra comunità.