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L’emozione di una mozione d’ordine

  • Pubblicato il: 08/02/2013 - 20:00
Rubrica: 
FONDAZIONI D'ORIGINE BANCARIA
Articolo a cura di: 
Giovanni Pellinghelli del Monticello
Gino Severini

Forlì. Ai Musei San Domenico, «Novecento. Arte e vita in Italia tra le due guerre», aperta fino al 16 giugno, è una mostra incentrata sulla cultura italiana fra primo dopoguerra e fine della seconda guerra mondiale. Già Massimo Bontempelli aveva decifrato nel 1926 il disagio di tutto un secolo scrivendo: «Il Novecento ci ha messo molto a spuntare. L’Ottocento non poté finire che nel 1914. Il Novecento non comincia che un poco dopo la guerra».
Bontempelli anticipava così quella definizione di «secolo breve» racchiuso da Eric J. Hobsbawm fra 1914 e 1991. La mostra indaga appunto le rinnovate forme artistiche nate dal magma culturale seguito alla Grande Guerra, in cui architetti, pittori e scultori, designer, grafici, pubblicitari, ebanisti, orafi e creatori di moda risposero con un progetto comune di profonda revisione del ruolo dell’artista a quel «rappel à l’ordre» seguito alla crisi di Cubismo e Futurismo e al dissolvimento dell’ideale classico avviato dal Romanticismo e decretato da Impressionismo, Divisionismo e Simbolismo.
Negli anni documentati dalla mostra la ricerca di fusione fra tradizione e modernità produce artisti come Felice Casorati, Achille Funi, Mario Sironi, Carlo Carrà, Adolfo Wildt e Arturo Martini, e godrà, grazie all’influenza di Margherita Sarfatti, «Ninfa Egeria» culturale del fascismo, del sostegno del regime, ansioso di definire, e controllare, un’«arte di Stato».
La mostra espone non solo le occasioni in cui gli artisti cavalcarono la tigre dei miti proposti e imposti dal fascismo, dall’architettura razionalista, che gode oggi di una rivalutazione critica bipartisan, alla pittura murale e alla scultura monumentale, espressioni le più significative e riuscite del periodo e che hanno proprio a Forlì e in altri centri della Romagna esempi fra i più riusciti; ma si espande anche al rapporto fra contemporaneità e tradizione, fra arte e vita quotidiana, di cui dipinti, sculture, cartoni per affreschi, opere di grafica, cartelloni murali, mobili, oggetti d’arredo, gioielli, abiti offrono visione completa, confrontando artisti, media e materiali diversi legati dall’obiettivo comune di ridefinire ogni aspetto della realtà e della vita. In questi anni del Novecento il ritorno alla misura classica passa dall’arte agli oggetti della quotidianità, al design, ai materiali preziosi, come dimostrato da mobili e oggetti di arredo di Piacentini, Cambellotti, Pagano, Montalcini, Muzio, Gio Ponti e gioielli di Alfredo Ravasco. E proprio in questo ventennio mette radici quel rapporto fra arte e abbigliamento che segnerà il trionfo della moda italiana nel secondo Novecento.

da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013