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Il (nuovo) ruolo sociale dei musei. Il sistema nazionale dei musei

  • Pubblicato il: 25/05/2018 - 12:09
Autore/i: 
Rubrica: 
MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Antonio Lampis

Ieri ad Artlab Antonio Lampis, Direttore generale Musei Mibact, ha affrontato il tema del (nuovo) ruolo sociale dei musei


Nel 2004 due noti economisti della cultura, Michele Trimarchi e Pierluigi Sacco, presentarono un saggio dal titolo ‘Il museo invisibile’. Oggi la situazione in Italia è diametralmente rivoluzionata, i musei non sono più uffici e sono letteralmente presi d’assalto dalla popolazione residente e dai di turisti. Nell’anno 2015, con la nomina dei primi direttori dei musei autonomi, il sistema mediatico in estate ha parlato incredibilmente più di direttori di musei che di calciatori e dei loro flirt estivi. Le parole “direttore di museo” sono diventate un meme importante nella testa di tanti concittadini e i musei autonomi hanno raggiunto incassi fino a pochi anni fa inimmaginabili. Il tasso di crescita medio della partecipazione ai musei è del 7,3%, mentre il tasso di crescita del turismo intorno al 4%. Il dato è in controtendenza con quello europeo che spesso vede il numero di visitatori dei musei in decrescita. Mai nella storia c'è stata una manifestazione di fiducia da parte delle persone così forte nei confronti dei musei. Questa riforma ha, in qualche modo, operato top down, essendo impossibile inventare altre vie di riforme in Italia se non quella.
La riforma dei musei attuata con la normativa del 2014 ha avuto la risoluzione di attuare finalmente in Italia quanto le migliori commissioni di studio parlamentari e ICOM International raccomandavano fin dal 1960: riconoscere al museo statale italiano lo status di istituzione. Con l’individuazione chiara delle responsabilità fondamentali: il direttore del museo è il custode e l'interprete dell’ identità e della missione del museo, nel rispetto degli indirizzi del Ministero. Il direttore è responsabile del progetto culturale e scientifico. I musei autonomi nascono così finalmente nel 2015 con un direttore responsabile, un bilancio degli organi di governo che possano finalmente costruire un’accountability, un racconto sociale di come spendono e di come la loro spesa riesce a incidere nello sviluppo del la società. Il 20% dei ricavi di ciascun museo e luogo della cultura statale confluisce ora nel fondo di solidarietà nazionale, per sostenere quei musei che non rientrano nei principali circuiti turistici. È superato il precedente modello che vedeva i proventi degli incassi dei grandi musei affluire nel calderone del bilancio generale dello Stato.
La fruizione di musei e siti archeologici è stata recentemente definita dal Parlamento “servizio pubblico essenziale”, comprimendo persino il diritto costituzionale di sciopero e riconoscendo così il valore della cultura e della formazione quale diritto primario. Un altro decisivo passo verso la welfarizzazione della cultura[1].

La riforma del MiBACT ha previsto 32 musei e parchi archeologici autonomi dotati di un direttore selezionato con un bando internazionale e una giuria di straordinario livello; un bilancio autonomo, con propria capacità di spesa; un consiglio di amministrazione che affianca il direttore nella gestione; un comitato scientifico che lo coadiuva nella programmazione. Inoltre, la riforma ha istituito 17 poli museali regionali per coordinare i musei statali non autonomi e favorire lo sviluppo di reti con le diverse realtà sociali e istituzionali presenti sul territorio e ha previsto la partenza di un Sistema nazionale dei musei.

Quando ho assunto questo incarico, a settembre 2017, ho visto nel Sistema Museale Nazionale l'intuizione più felice della riforma ed ho pensato di confrontare quella visione con la Decisione 864 della Commissione Europea del 17 maggio 2017, che ha dato avvio all'Anno Europeo del Patrimonio. Tale decisione sottolinea che il Patrimonio Culturale artistico, che in gran parte è racchiuso nei nostri musei, è sottovalutato per le esternalità positive che potrebbe generare per lo sviluppo sociale, spirituale e culturale; per l'occupazione, soprattutto giovanile e femminile; per lo sviluppo economico dei territori. Essere sottovalutato significa che ha bisogno di maggiore attenzione e per avere maggiore attenzione, recita la decisione europea , dovrà essere affidato ad una governance sostenibile. Sostenibile è, dunque, la parola d'ordine di questa decisione e per avere una gestione sostenibile occorre una governance partecipativa, multilivello fra i diversi portatori di interesse ed una cooperazione intersettoriale rafforzata. Questa è anche la descrizione del Sistema nazionale dei musei alla quale stiamo lavorando: un sistema pensato lontano da impostazioni gerarchiche, fondato molto più sul collegamento che sull’appartenenza , per far finalmente lavorare insieme e meglio lo Stato centrale, le Regioni, i Comuni e gli altri Enti Locali, le Università e tutto il sistema di formazione. Credo che la messa a sistema dei quasi 8.000 musei italiani costituisca un forte consolidamento del Patrimonio culturale, anche dal punto di vista di un migliore posizionamento turistico che l'Italia può raggiungere nella competizione internazionale.

L’Italia non ha mai fatto la scelta del grande museo nazionale, non abbiamo né il Louvre, né il Prado, ma sul piano della competizione internazionale e per la suggestione delle persone (turisti e non), abbiamo da offrire la prospettiva di migliaia di musei messi a sistema. Questo porterà l'Italia ad avere un ruolo molto più interessante e maggiormente valutato nella competitività turistica internazionale, ma anche in quel processo verso la non sottovalutazione del Patrimonio tra la cittadinanza voluto dalla UE.

I musei connessi tra loro segnano un punto di svolta nel far crescere il peso del loro impatto sociale, sia sul versante dell’occupazione soprattutto delle generazioni più giovani fortemente colpite dall’economia iperliberista, sia sul versante della partecipazione alla conoscenza del patrimonio delle fasce sociali tradizionalmente escluse dai consumi culturali. Dai musei riorganizzati nascono nuove possibilità di lavoro per quella gioventù che è stata tradita dagli ultimi 15 anni di economia e che, comunque, ostinatamente (guardando i dati di iscrizione ad alcune facoltà di storia dell'arte, di archeologia) ha scelto di studiare il patrimonio artistico e si aspetta, giustamente, di avere delle occasioni di occupazione. Non basterà certo un anno europeo, tuttavia la decisione UE contiene indicazioni per la sfida più grande, quella di perfezionare il racconto museale con una migliore contestualizzazione delle opere esposte con gli ambienti della loro provenienza e con il tessuto sociale e produttivo in cui furono concepite, per fare uscire molta storia dai musei e riconnetterla con la società di oggi. La nostra grande scuola di storia dell'arte e gli studi più avanzati di archeologia hanno tutte le risorse scientifiche necessarie per riuscire in questa sfida.

La decisione europea contiene anche un chiaro invito ad un'attenzione particolare alle giovani generazioni e in ciò bisogna essere consapevoli che l’organizzazione del sapere nelle nuove generazioni ha una catalogazione completamente differente da quella del passato millennio. Le nuove menti gestiscono fin dall'infanzia una complessità esperienziale inconcepibile per le generazioni passate e i più attenti cognitivisti ci insegnano che quasi ogni aspetto dell'esperienza culturale viene percepito in termini di evoluzione costante, percezione con cui la staticità di molte rappresentazioni del patrimonio culturale dovranno inevitabilmente fare i conti in tempi brevi[2].
Anche per tale ragione il sistema museale dovrà trovare le diffuse modalità per richiamare maggiormente l’attenzione sul lavoro degli artisti di oggi. Resta infatti un compito pubblico ineludibile continuare a richiamare l’attenzione sull’importanza della figura sociale dell’artista, ricordare che è un lavoratore del tutto particolare che necessita di una protezione pubblica, perché ieri e oggi, senza il continuo lavoro degli artisti non ci sarebbe il patrimonio culturale.

Tra gli impatti sociali di maggiore evidenza vanno ancora ricordati i vantaggi delle reti per lo scambio di professionalità museali ad alta specializzazione e i recenti studi in materia di sostenibilità ambientale nelle gestioni museali[3].

La prospettiva di un più forte ruolo sociale è ora molto più concreta grazie alla rinnovata governance dei Poli museali, che da marzo 2018 è stata indirizzata a ricondurre il dirigente del polo al suo ruolo principe di interfaccia tra lo Stato e gli Enti territoriali e di conseguenza verso la massima valorizzazione dei direttori dei musei (quelli che non hanno lo status di dirigente, ma sono pur sempre direttori) attivi nella periferia territoriale, meno esposta ai grandi flussi turistici. Oggi gli studi economici più avanzati e le evidenti mutazione dell’elettorato rendono evidente quanto sia ormai profonda la frattura tra le città e i distretti ad alto sviluppo culturale ed economico e la popolazione rurale o dei piccoli paesi periferici[4]. Un nuovo vigore dei musei che fanno capo ai Poli museali e ai piccoli comuni potrebbe essere di grande aiuto per i necessariamente lunghi ma indispensabili processi di ricomposizione della predetta frattura.

Di grande rilievo è la crescente misurazione dell’efficacia della partecipazione culturale per la salute ed il benessere delle persone, soprattutto in riferimento al progressivo invecchiamento della popolazione. Ad esempio una ricerca effettuata dalla casa farmaceutica Bracco e due università italiane (Bolzano e Siracusa) ha preso in considerazione diverse variabili – malattie, reddito, educazione, età, sesso, occupazione, stato civile, partecipazione culturale – che caratterizzano il PGWBI, Psychological General Well-Being Index, strumento validato da decenni di pratica clinica, che stima le auto-rappresentazioni degli stati emozionali ed affettivi intra-personali che rispecchiano un senso di benessere soggettivo o di disagio, catturando la percezione soggettiva del benessere. I dati della ricerca hanno dimostrato come la partecipazione culturale influenzi maggiormente il benessere delle persone.

Se la partecipazione culturale è al secondo posto dopo il lavoro tra gli elementi di sviluppo del benessere della persona ha senso un collegamento non solo con l’articolo nove della Costituzione italiana ma anche con l’articolo quattro ricordando che i musei e le attività culturali contribuiscono decisamente, come il lavoro, al benessere materiale e spirituale della società[5].
Ai fini dell’attribuzione del punteggio per i livelli di qualità, il saper effettuare una efficace rendicontazione sociale dovrà avere difatti un valore molto alto. Tra le diverse tecniche di misurazione degli impatti sociali dell’ ambito culturale, ve ne sono alcune, particolarmente avanzate che riescono ad evitare riduzionismi e appiattimenti del valore culturale solo su quello della generazione di valore economico. A questo fine alcuni musei in Italia hanno cominciato ad utilizzare analisi qualitative con approcci di partecipazione per una effettiva costruzione di indicatori idonei a misurare gli effetti della cultura sugli individui, sulla collettività o sul territorio.
Si tratta dell’utilizzo del S-ROI, ritorno sociale sugli investimenti, un sistema di valutazione che sta prendendo piede proprio per la capacità di dare una evidenza quantitativa a fattori intangibili come gli impatti sociali e culturali. I tentativi di applicazione in ambito culturale tuttavia non sono ancora numerosissimi, anzi siamo ancora in una fase pioneristica[6].

Antonio Lampis, Direttore generale Musei Mibact
 

 
[1] A. Lampis, Verso un’idea di welfare allargato. Il welfare culturale nelle iniziative della Provincia autonoma di Bolzano, in Economia della Cultura, Mulino, 1/2017, p. 131 ss.
[2] M.Ito , Apprendere digitale,Egea, 2015e A. Lampis, Ambienti digitali e musei: esperienze e prospettive in Italia, in A. Luigini e C. Panciroli (cur.), Educazione al patrimonio culturale e formazione dei saperi, Franco Angeli, Milano, 2018, 11-15
[3] Ad esempio, il recente studio di M. Rota
[4] Cfr. le ricerche inglesi citate recentemente
[5] Cfr. al riguardo : G. Tavano Blessi, E. Grossi, P. L. Sacco, G. Pieretti and G. Ferilli (2015), “The contribution of cultural participation to urban well-being. A comparative study in Bolzano/Bozen and Siracusa, Italy” in: Cities, Vol. 50, February 2016, Pages 216-226.; S. Ghirardi, “Lo shock culturale di Bolzano”, in Il Giornale delle fondazioni, 15/12/2015; M.Trimarchi, “From ivory towers to the urban texture: a map of future culture, forthcoming” in Innovate Heritage, cfr. www.academia.edu ; C. Seia, “Appunti per una definizione di welfare culturale”, in Giornale delle Fondazioni, 14/12/2016
[6] Sul tema si veda lo studio di F.Viganò, G.Lombardo, L’impatto sociale generato dai musei. L’applicazione della metodologia SROI in: A.Luigini e C.Panciroli (cur.), Ambienti digitali per l’educazione all’arte e al patrimonio, Milano, Franco Angeli ed., 2018, p.332 ss