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Dove va la cultura?

  • Pubblicato il: 28/10/2011 - 09:09
Autore/i: 
Rubrica: 
STUDI E RICERCHE
Articolo a cura di: 
Pier Luigi Sacco
Prof. Pier Luigi Sacco

Rivoli. Dopo l’analisi tecnica degli strumenti, vorrei fare una riflessione sul senso del loro utilizzo, partendo dal ruolo che la cultura sta iniziando a svolgere sulla nostra economia e sulla società. Vediamo ancora oggi delle paradossali inversioni di logica, per cui prima si producono strumenti e poi si decide cosa farne. 
Gran parte dei vicoli ciechi che noi vediamo, legati all’indubbia crisi economica e di sostenibilità che stanno attraversando le istituzioni pubbliche, derivano dal fatto che noi continuiamo a ragionare su un ruolo della cultura messo in discussione da ciò che sta accadendo, che è destinato ad evolvere in svariate direzioni. Vorrei spiegare brevemente quali, calando questa riflessione su un contesto più ampio, il contesto europeo. 
Non solo siamo in un periodo di crisi economica e in un momento di profonda ridefinizione del senso dell’intervento pubblico nella cultura, ma anche alla vigilia di un ciclo importante su scala europea, che è il nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2014-2010. 
Per l’Europa non è soltanto una scadenza tecnica, ma una scadenza strategica di enorme valore perché intorno a questo ciclo si connettono tutta una serie di orizzonti. 
Dal 2014 al 2020 vedremo scaricare sull’Europa i veri costi della stabilizzazione finanziaria. Saranno gli anni in cui si deciderà davvero se la cultura ha un ruolo all’interno di una strategia di lungo termine di sviluppo europeo, o se è solo un fatto di cosmetica. Sempre che l’Europa esista ancora; uno scenario orribile, ma a cui gli analisti attribuiscono una percentuale piccola, ma positiva. Ammettendo che l’Europa esisterà come tutti ci auguriamo, bisognerà capire quale sarà la collocazione della cultura. La scadenza del 2020 va a coincidere con un altro orizzonte molto importante, che è lo scenario dell’Europa 2020. Dopo il sostanziale fallimento della strategia di Lisbona, rappresenta l’upgrade che l’Europa si è data, nel quale la cultura aveva inizialmente un ruolo molto marginale e che sta rapidamente aumentando, ma che richiederà un grandissimo sforzo. Altro punto è che proprio nel 2020 inizierà un nuovo round del programma delle capitali europee della cultura nel quale saranno coinvolti progressivamente, all’interno della programmazione, paesi extra-europei. Non in via eccezionale, ma sistematica, strutturale. A livello europeo si sta riflettendo soprattutto su un aspetto: questo allargamento di scenario comporta la rimessa in discussione di che cosa intendiamo per cultura. Oggi la cultura è capace di connettere tutta una serie di soggetti, per creare valore economico e sociale, alcuni dei quali apparentemente non di natura culturale. In Italia abbiamo una percezione distorta di questo dibattito perché, a parte alcuni operatori, non ci siamo accorti che tutto l’aspetto della filiera su cui noi tendiamo a lavorare - che ha a che fare con il patrimonio storico, la sua valorizzazione, i musei, le mostre, e persino i grandi eventi - rappresenta un segmento abbastanza piccolo di quello che è lo scenario della cultura a livello europeo, che è molto più centrato sulle tematiche che hanno a che fare con la produzione creativa e con l’imprenditorialità. Un tema che da noi è stato clamorosamente sottovalutato, tanto che l’Italia è uno dei pochi paesi dell’Europa a 27 a non avere una strategia per la produzione creativa e, malgrado la gravità di questo fatto, è una situazione che continua a persistere.
Un paradosso, se pensiamo che l’Italia è la prima nazione in Europa per Regioni che hanno una alta incidenza di occupazione creativa: nelle prime 25 d’Europa, ce ne sono ben 5 italiane. In Italia esiste ancora questa contrapposizione concettuale tra una cultura non profit e una cultura profit, legata a una concezione tardo ottocentesca e inizio novecentesca che è ampiamente superata dai fatti ma che in Italia continuiamo a replicare. Il tema stesso dell’imprenditorialità creativa, che malgrado i ritardi ci dobbiamo porre urgentemente come condizione sine qua non per agganciarci alle strategie di sviluppo europee, viene superato da una transizione ancora più rapida, sfumando in qualcosa di ancora più complesso. L’insistenza dell’Europa sul tema dell’industria creativa fa riferimento ad un modello, che è quello dei mercati culturali di massa, che ha funzionato per tutto il ‘900, frutto della rivoluzione industriale a cavallo tra ‘800 e ‘900 che ha fatto nascere il cinema, la fotografia, la televisione. Tutto un ciclo di innovazione tecnologica che ha avuto un impatto molto forte in termini di ampliamento del pubblico della cultura. 
Ciò che sta accadendo oggi, è estremamente rilevante nelle sue implicazioni, ma facciamo estremamente fatica a capirlo -perché ripeto noi in Italia continuiamo a pensare alla cultura riferendoci a quel segmento che non ragiona in termini di industria culturale- è il fatto che questa nuova ondata di innovazione tecnologica sta producendo un doppio effetto. 
Da un lato oggi esiste un’incredibile accelerazione nella capacità di produrre contenuti creativi, anche da parte di persone che tecnicamente non sarebbero dei professionisti. Oggi con un computer è possibile produrre contenuti (audio, video, etc) che vanno tranquillamente sul mercato e che possono competere con quelle dei grossi players. Questo è il primo aspetto, un’accelerazione pazzesca nella capacità produttiva che 20-25 anni fa sarebbe costata centinaia di migliaia di euro, se non milioni. 
Dall’altro lato, c’è un secondo aspetto che è quello della connettività. Oggi chi produce cultura si connette facilmente con altre persone che producono cultura, e questo genera dei meccanismi di circolazione dei contenuti culturali che spesso non passano sul mercato, che circolano e che a tutti gli effetti producono valore sociale e indirettamente anche valore economico. 
Aspetti sono particolarmente importanti perché si sommano. Un grande salto nella capacità produttiva senza la connettività replicherebbe sostanzialmente le vecchie logiche: ci sarebbe solo più gente che cercherebbe di farsi notare da una casa discografica o da un distributore di film. Tanta connettività senza capacità produttiva sarebbero tante chiacchiere, ma con i pochi in grado di produrre, esattamente come in passato. 
E’ la somma di questi due fattori, una grande accelerazione della capacità produttiva e una grande accelerazione della connettività, che crea una situazione totalmente nuova nella quale la contrapposizione tra chi produce contenuti e chi ne fruisce non esiste più. Le nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, non sono più le persone che pensano naturalmente in termini di autori e pubblico, ma sono persone che si sono abituate a ragionare in modo interamente intercambiabile perché di volta in volta adottano un ruolo piuttosto che un altro. Alcuni di loro fanno di questa produzione di contenuti una professione o un impegno permanente, altri no, ma il panorama è totalmente sfumato. Quando queste persone si trovano a ragionare in determinati contesti di esperienza culturale, sono sempre meno interessati a delle modalità di fruizione come quelle tradizionali a cui noi li sottoponiamo. Questo nostro continuare a ragionare sulla sostenibilità della cultura basato sul modello che contrappone domanda e offerta sul mercato o addirittura all’interno di un sistema di trasferimenti pubblici, è semplicemente superato dai fatti. Non perché tutto ciò non sia più valido, ma perché il modello retrostante cambia completamente. Se noi ragioniamo sugli strumenti di sostenibilità o sulla capacità di affrontare la crisi senza renderci conto che nel frattempo questa realtà sta cambiando, ragioniamo su un problema totalmente mal posto. Questo mutamento di prospettiva cambia totalmente quello che noi intendiamo per cultura non facendola passare più necessariamente attraverso i meccanismi classici, né dello Stato né del mercato, così come siamo abituati a considerarli. Un esempio. Una delle prospettive che emerge da questo cambio naturale di focus della produzione di valore economico e sociale attraverso la cultura, è la prospettiva di grande valore futuro del cosiddetto cultural welfare. Iniziamo a disporre di dati di precise sperimentazioni e trials clinici pilota- uno di questi è quello che verrà lanciato in Piemonte nell’area di Cuneo-Fossato dove le ASL si sono dette disponibili a lavorare su questo pilota; si tratta di un progetto congiunto IULM-Fondazione Bracco sul quale stiamo lavorando come pilota a livello europeo. 
Stiamo scoprendo quanto segue. 
La partecipazione culturale delle persone, a prescindere dal fatto che questa avvenga su basi di maggiore o di minore competenza, fa sì che ci sia un impatto sulla percezione soggettiva di benessere psicofisico degli individui, misurata secondo una scala con una precisa legittimazione clinica, denominata psichological general wellbeing index, usata da circa quarant’anni. 
Qual è il risultato che si ottiene? Se vogliamo capire quanto si sente bene una persona dal punto di vista psicofisico, il primo macrofattore che dobbiamo considerare è quante malattie croniche pensa di avere, il secondo è quali sono le sue abitudini di accesso culturale, che risultano più importante di età, genere, reddito. Se noi disaggreghiamo ulteriormente questa descrizione, non ragionando in modo generale in termini di malattie, accesso culturale, ma guardando a singoli aspetti, viene fuori che il predittore più efficace del livello di benessere psicologico di una persona è quanti concerti di musica classica o jazz ascolta in un anno, ed è più importante di sapere se la persona crede di avere in cancro. Qual è la conseguenza? Cambia drasticamente il tasso di ospedalizzazione e di medicalizzazione; soprattutto le persone anziane e con più malattie croniche che sono sottoposte regolarmente a una opportunità di accesso culturale si ospedalizzano e si medicalizzano di meno. 
Se questo volesse dire che l’accesso culturale costante diminuisce dell’1% il tasso di ospedalizzazione, a livello di macroeconomia del welfare cambierebbe tantissimo. Non soltanto cambia drasticamente il benessere delle persone, fa risparmiare lo Stato e i processi si autofinanziano. 
Dobbiamo ragionare sulla cultura con una nuova prospettiva di valore economico e sociale della cultura; quelli che sembrano dilemmi apparentemente insolubili diventano opportunità. Ciò che deve cambiare veramente è la nostra capacità di aggredire questi problemi in modo completamente nuovo, ovvero ragionare su politiche di qualità sociale, nelle quali la partecipazione culturale è un elemento fondamentale di cittadinanza attiva. 
Non possiamo immaginare dei modelli di cittadinanza che prescindano dalla partecipazione culturale, mentre tuttora continuiamo a fare discorsi sulla cultura senza renderci conto che il nostro problema è quello di integrare questo tipo di processi all’interno di modelli di cittadinanza attiva. 
Il 2012 sarà l’anno europeo dell’invecchiamento attivo, in cui l’Europa si concentrerà su questo tipo di tematiche. La capacità di un territorio di cavalcare questi nuovi scenari creerà nuove opportunità. 
Altro esempio. Siamo in grado di dimostrare (da ricerca Multiscopo Istat, rappresentativa dell’intera popolazione italiana), come l’accesso culturale cambia l’efficienza della raccolta differenziata. Le persone che accedono sistematicamente alla cultura imparano a classificare la spazzatura perché tengono la mente attiva e perché sono motivate a capire la relazione che esiste tra i micro gesti quotidiani e ciò che è nell’interesse della società. 
Esiste una relazione molto forte tra accesso culturale e capacità innovativa di un paese, che fa sì che le persone, quale che sia il loro ruolo all’interno della società, siano più predisposte a considerare idee nuove e a mettersi in discussione. Se si somma l’effetto macroeconomico di ciascuno di questi canali, nessuno dei quali si badi passa attraverso il mercato, il risultato è sbalorditivo. Sapete quali sono i paesi che a livello europeo hanno i più bassi tassi di accesso culturale? Italia, Spagna, Portogallo,  Grecia e Irlanda. Perché? Che rapporto può esistere tra accesso culturale e stabilità finanziaria?
Da dove deriva il problema di stabilità finanziaria di questi paesi? In parte da un problema di opinione pubblica, da un insufficiente meccanismo di controllo sociale che l’opinione pubblica esercita su determinati meccanismi di spesa, che portano poi all’accumulazione del debito. Persino questo, come effetto non irrilevante, potrebbe essere legato alla capacità di controllo sociale esercitata dalla partecipazione culturale.
Se sommiamo macro economicamente questi effetti, ci rendiamo conto che l’impatto è gigantesco. Cominciare a ripensare la cultura in questi termini ci dà una diagnosi del perché l’Italia non cresce più e un’idea chiara di come i conti in cultura non debbano essere fatti in termini di produzione più o meno di un evento, ma andando a capire quali sono i reali effetti economici e sociali del sostegno alla cultura. Per cui gli stessi trasferimenti pubblici alla cultura non vanno più valutati, in termini di audience, ma valutando le trasformazioni comportamentali che questo genera. Ci sono dei paesi europei in cui questo inizia ad avvenire sistematicamente, come ad esempio la Polonia, per lungo tempo fanalino di coda per partecipazione culturale. 
Negli ultimi anni la Polonia sta crescendo a tassi rapidissimi dal punto di vista della partecipazione culturale e ciò si deve ad un meccanismo di attivazione dal basso che ha a che fare con una comprensione, magari non consapevole, delle dinamiche di cui ho parlato. Fino a pochissimi anni fa in Polonia la percentuale di spesa culturale non arrivava allo 0,2%.
Un movimento auto-organizzato dai cittadini crea, a partire dal 2009, una piattaforma che si pone come interlocutore diretto delle istituzioni politiche per convincere il governo polacco a portare la spesa per la cultura all’1% entro il 2015, ma non solo ad aumentare la spesa, ma a specificare, come un vero contratto sociale, quali sono i criteri su cui si deve aumentare questo criterio di spesa: l’inclusione sociale, la partecipazione intesa come capability building, la capacità di partecipare ai processi creativi anche in una dimensione imprenditoriale  e una ridiscussione del ruolo dei media pubblici per costruire dei modelli educativi condivisi e infine l’idea di far si che tutto questa permetta la garanzia di un pluralismo di espressione e di un approccio critico verso la società anche di fronte ad opinioni radicalmente diverse rispetto a quelle del governo. 
Questo processo inizia nel 2009, arriva a creare un documento programmatico a metà del 2010 e ha fatto sì che nel maggio 2011 si sia creato un vero patto sociale firmato dal presidente del Consiglio  che ha creato una commissione di controllo, mista del comitato promotore e dello Stato, per monitorare lo sviluppo del processo. E’ un  paese che ha saputo decuplicare il livello di spesa pubblica a fronte di un’azione collettiva lucidamente condotta e basata su quei criteri di cui parlavo, il senso di una partecipazione culturale e non di una spesa culturale fine a se stessa. Questo esempio ci deve insegnare. 
Il dibattito sulla sostenibilità della cultura è povero perché è povero di visione sul reale impatto trasformativo della cultura sulla società. Continuiamo ad attaccarci a stereotipi con una bassissima presa sull’opinione pubblica per cui sappiamo che in tutte le nostre amministrazioni locali, quando si tratta di ragionare sulle scelte tragiche di bilancio, la cultura ne paga sempre le spese. E’ dunque su questo tipo di basi che bisogna poi andare a ragionare sugli strumenti. Di volta in volta problematiche diverse richiedono strumenti diversi. Un esempio nel quale mi sono trovato a lavorare e che richiedeva uno strumento che avesse a che fare con la fondazione di partecipazione, ma che aveva delle peculiarità di contesto locale, è la Basilica Palladiana di Vicenza, terza provincia industriale d’Italia con un patrimonio storico eccezionale di eredità palladiana. Per molto tempo la  Basilica Palladiana è stata un gigante dormiente finché non si è deciso, grazie al contributo della Fondazione Cariverona di restaurarla e di farla diventare un contenitore culturale, restituito alla città. Il progetto è stato reinventato nella logica di cui vi parlavo prima, immaginando la Basilica Palladiana non solo come un posto dove vedere mostre, ma un posto dove generare forme di pensiero creativo che si leghino alle competenze produttive del territorio, una fortissima specializzazione industriale con fortissimo orientamento al design. Un territorio che non ha bisogno tanto di uno spazio espositivo quanto un luogo dove connettere ai temi della partecipazione culturale le questioni legate alla sostenibilità dei processi innovativi. Si è pensato così di fare della Basilica Palladiana una struttura multilivello, nella quale convivano un incubatore di impresa creativa, peraltro connesso alla più importante rete europea in questo campo, un centro di residenza creativa che serve a creare forme di diplomazia culturale con altri territori orientati all’innovazione e uno spazio espositivo, uno spazio di condivisione culturale offerto alla città. Questo progetto funziona se va a coinvolgere tutti i soggetti del territorio con una modalità fortemente partecipativa. Dopo un lavoro di analisi col sistema imprenditoriale locale, ci si è resi conto però che in questo caso lo strumento della fondazione di partecipazione – anche nella sua forma più flessibile – non avrebbe raccolto sufficienti adesioni. In questo caso si è lavorato dunque su un’organizzazione a due livelli creando una fondazione di partecipazione che metta insieme il segmento istituzionale, sia pubblico che privato, che controlla a sua volta una società per azioni strumentale nella quale entrano con finalità prevalentemente orientate alla gestione i privati, in questo caso le aziende. Un modello che non rappresenta la panacea, ma che in quel caso risultava la soluzione migliore. 
Nel momento in cui è chiaro quale è il modello condiviso di sviluppo sul quale vogliamo lavorare, lo strumento per mettere insieme le energie si trova. Il vero problema è chiarirsi il primo punto, se non si riesce ad aggregare il territorio, a costruire una vera progettualità, non ci sarà strumento che tenga. Questo è senz’altro un momento difficile, ma è proprio nei  momenti difficili che si può innovare veramente. Gli spazi ci sono e l’Europa è particolarmente interessata a queste tematiche. 
Non accettiamo la formulazione del problema che continua ad esserci proposta, dobbiamo avere il coraggio, l’intelligenza, la flessibilità mentale per capire che il problema può essere ridefinito in un modo tale che non solo ci apre degli spazi, ma delle opportunità che mai avremmo sospettato. 
ll momento di crisi si può trasformare in una rifondazione delle politiche culturali a livello di territorio.

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Intervento “live” del Prof. Pier Luigi Sacco 
Giornata di studio- Fondazioni di partecipazione- del Giornale dell’Arte 
Preside Facoltà Arti, mercati e patrimoni culturali, Università IULM Milano