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Come l’ergonomia e i fattori umani disegneranno il museo del futuro

  • Pubblicato il: 15/09/2018 - 08:05
Autore/i: 
Rubrica: 
MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Patrizia Asproni
Il 20esimo Congresso IEA – International Ergonomics Association, ospitato a Firenze, per la prima volta ha accolto i temi della cultura e patrimonio, con un focus sui musei nel contesto più ampio dell’analisi del ruolo del fattore umano nel prossimo futuro. Ne parla Patrizia Asproni, Presidente  della Fondazione Industria e Cultura, Key note speaker dell’evento, riflettendo sulla connessione necessaria tra il domani delle istituzioni culturali e quello della società intera, sull’evoluzione del ruolo del museo, termine sempre più polisemico. “Musei  chiamati a reinventarsi – e lo stanno già facendo – come spazi civici di responsabilità sociale, impegnati a studiare problemi e scoprire soluzioni, ad analizzare comportamenti e convinzioni, trovare nuovi metodi per comunicare ed educare le comunità, coinvolgere nuovi pubblici, promuovere e incoraggiare la creatività in tutte le sue forme”.

Rubrica in collaborazione con la Fondazione Marino Marini di Firenze


 
Alla fine del mese scorso Firenze ha ospitato l’edizione 2018 del 20esimo Congresso IEA – International Ergonomics Association, oltre 2 mila i partecipanti, 1.600 i papers presentati, 78 le nazioni rappresentate.
Per la prima volta, nel fitto programma degli interventi e dei topics hanno trovato spazio anche cultura e patrimonio, con un focus sui musei nel contesto più ampio dell’analisi del ruolo del fattore umano nel prossimo futuro.
 
È stata un’ottima occasione per riportare all’attenzione la connessione necessaria tra il domani delle istituzioni culturali e quello della società intera che porta con sé il superamento della visione statico-conservativa verso una nuova concezione, che si potrebbe definire dinamico-trasformativa.
 
Di seguito alcuni "bullet points".
La prima questione, tanto semplice quanto cruciale: cosa rappresenta, oggi, un museo? Un deposito di storie e oggetti polverosi e dimenticati? Un luogo troppo spesso scarsamente animato e a volte noioso? Negli esempi più mainstream, una sorta di nuova cattedrale che attrae persone e aspettative da ogni parte del mondo? Un luogo di raccolta di astrusi show-off, come a volte lamentato dal pubblico delle strutture che ospitano l’arte contemporanea? Una celebrazione dell’Ego di questa o quella Archistar, in cui non di rado il contenitore cannibalizza il contenuto? O invece, nella sua versione più tradizionale, un repositorio del passato? Questione di prospettiva.
Tuttavia, qualunque si scelga di assumere, i musei sono da tutti noi riconosciuti come luoghi di in cui storia e patrimonio umano del passato (e non solo) sono custoditi e resi tangibili; in cui le radici e l’identità dei popoli sono spiegate, rese vive e presenti. 
È innanzitutto questa la ragione per la quale sono oggetto della foga distruttiva del terrorismo, qualsiasi sia la sua matrice. Ne sono esempio le vicende gli attacchi a Palmira o al Museo Bardo: la damnatio memoriae come forma di genocidio culturale - non a caso condannata dall’Unesco come crimine di guerra – è l’eloquente testimonianza del ruolo che ai musei è assegnato dalle comunità, del loro significato civile e identitario.
E non è un caso che la recentissima catastrofe rappresentata dall'incendio che qualche giorno fa ha devastato il Museo Nazionale del Brasile, il più antico e il più importante museo archeologico, etnologico e scientifico del Paese, sia stato definito una "lobotomia nella memoria del Brasile".
 
A partire da quanto detto fin qui, si può spingere l’analisi un po’ più in là, in una chiave di lettura contemporanea. Se infatti guardiamo allo sterminato patrimonio di contenuti che essi costudiscono, i musei possono senz’altro essere indicati come un luogo elettivo di raccolta di dati.
Dati sulle comunità, sulle consuetudini e sugli oggetti, dati sul pensiero individuale e collettivo in diversi momenti storici. Dati attraverso i quali, di fatto, è possibile ottenere una sorta di profilazione antropologico-interpretativa delle storie dei popoli, delle loro culture e globalmente, in definitiva, della realtà.
 
Dunque, se da una prospettiva commerciale i Big Data sono considerati il petrolio del XXI secolo, i Cultural Data sono piuttosto da immaginarsi come l’acqua. Non inquinanti, devono essere accessibili a tutti perché vitali. Ed è proprio questo che traghetta i luoghi in cui essi sono custoditi, e cioè i musei, verso una missione futura, o meglio di “presentificazione del futuro”, tanto sfidante quanto necessaria.
Se dovessimo sintetizzarla in uno slogan, potremmo dire che si tratta di ripensare il canone, con l’obiettivo precipuo di ricongiungere in una narrativa culturalmente funzionale passato, presente e futuro. Soprattutto dal punto di vista della connessione tra generazioni.
Un esempio può chiarire meglio il concetto. Qualche tempo fa è circolato in rete un semplice esperimento sociale che filmava gli effetti di straniamento di alcuni bambini al di sotto dei dieci anni alle prese con un telefono a disco. La gran parte di loro mostrava sorpresa nell’osservarlo, e quasi tutti, una volta rivelato cosa fosse, non riuscivano a immaginare come usarlo per una chiamata. Eppure per la generazione immediatamente precedente, quell’oggetto rappresenta un ricordo tanto nitido quanto quotidiano e familiare.
È dunque pensabile accettare, nella contemporaneità, che la memoria collettiva venga dispersa in così poco tempo? Crediamo di no.
 
È proprio attingendo ai cultural data che è possibile ridurre fino ad accorciare - persino ad eliminare- il gap generazionale, attraverso la ricerca di nuovi e più inclusivi codici, in grado di proiettare il futuro, come detto, in una dimensione di attualità. E rendere tutto questo, in definitiva, la nuova mission dei musei.
 
Ne esistono interpretazioni significative, di cui abbiamo già parlato da queste colonne, come il Museu do Amanhã (Museo del Domani) di Rio de Janeiro e il Museum of The Future (Museo del Futuro) di Dubai, di prossima apertura. L’uno orientato all’ecologia, alla sostenibilità e alla tutela ambientale, l'altro all’innovazione tecnologica e al design futuristico, sembrano tuttavia condividere la medesima narrativa, basata essenzialmente su due punti: a) Il Futuro come key topic della filosofia espositiva, b) la trasformazione della relazione tra museo e pubblico dal paradigma conservazione/fruizione a quello call to action/engagement. In entrambi i casi, è superfluo puntualizzarlo, il digitale assume un ruolo fondamentale. Come deve necessariamente accadere per tutte le istituzioni culturali.
La pervasività che esso ha assunto nella vita quotidiana delle persone, infatti, non è terreno di conflitto ma piuttosto di valorizzazione dell’esperienza del pubblico nei musei, in cui l’internet delle cose interagisce positivamente con le cose fuori da internet. In un nuovo modello di storytelling, ai visitatori deve essere data la possibilità di muoversi fluidamente tra digitale e reale come tra passato, presente e futuro.
 
Così, nell’era della massima omogeneizzazione dell’esistente, in cui la globalizzazione ha determinato la sistematica erosione delle differenze, la mercificazione e la svalutazione delle tradizioni culturali, i musei possono rappresentare veri e propri segnali d’allarme, luoghi di richiamo delle coscienze alla conoscenza come principale mezzo per la costruzione di capitale umano, senso di appartenenza, inclusione sociale e perfino cura della salute. Lo testimoniano esperienze come il progetto Art&Alzheimer’s, sostenuto dalla Commissione Europea, che ha immaginato e realizzato percorsi di accesso all’arte per persone in condizioni di particolare vulnerabilità come strumento per il benessere e l’integrazione.
 
In generale, divenendo sempre più aperti, accessibili e coinvolgenti, i musei sono chiamati a reinventarsi – e lo stanno già facendo – come spazi civici di responsabilità sociale, impegnati a studiare problemi e scoprire soluzioni, ad analizzare comportamenti e convinzioni, trovare nuovi metodi per comunicare ed educare le comunità, coinvolgere nuovi pubblici, promuovere e incoraggiare la creatività in tutte le sue forme.
Oasi del reale, che offrono l’accesso ai prodotti senza tempo del genio umano. Ancora più reali ed essenziali in un mondo sempre più immateriale in cui la tecnologia può e deve proporre al pubblico esperienze complementari e non sostitutive.
  
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