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«Non è possibile valorizzare le opere del passato senza domandarsi come possano essere utili oggi»

  • Pubblicato il: 02/09/2011 - 10:17
Autore/i: 
Rubrica: 
FONDAZIONI CIVILI
Articolo a cura di: 
Francesco Moneta
Franco Albini

Milano. Franco Albini è considerato uno dei più grandi architetti e designer del secolo scorso, dagli anni ’30 ai primi anni ‘60. Allievo di Giò Ponti, maestro di Renzo Piano, si è contraddistinto per un coerente eclettismo che lo ha reso protagonista di grandi progetti urbani, in particolare di edilizia popolare: di allestimenti di Mostre e Fiere, avendo come principali terreni di sperimentazione la Triennale e la Fiera di Milano, di oggetti di arredo come la mitica sedia «Luisa» e il «Veliero», ora riproposti da Cassina in una collezione a lui dedicata. La Fondazione Franco Albini, voluta e condotta dal figlio Marco e dalla nipote Paola, costituita nel 2007, si propone con un atipico mix tra la valorizzazione del passato e un interventismo quasi militante, per riproporre – attualizzati – i temi estetici ed etici che hanno segnato l’opera di Franco Albini.

Quanto la vostra attività è dedicata alla valorizzazione dell’operato di Franco Albini e quanto a progetti di attualità?
Non crediamo sia possibile valorizzare le opere del passato senza domandarsi come possano essere utili oggi. Istituzioni come la nostra devono esistere per promuovere i fondamenti senza tempo del patrimonio culturale e consegnarli alle nuove generazioni perché ne adottino i princìpi professionali e ne apprendano i fondamenti etici. Nei progetti di Albini, così come in quelli di tanti architetti del ‘900, era sempre contenuta la domanda del perché di ogni scelta e del come questa scelta potesse essere funzionale al miglioramento della vita delle persone. Crediamo che questo sia un concetto importante da recuperare in un mondo che sembra mosso più dal riconoscimento e dal successo personale che dal benessere collettivo. I canali attraverso cui agiamo sono molteplici quanto i campi in cui Albini ha operato: in merito alla relazione con l’attualità, uno dei primi progetti - pensato in collaborazione con Accenture - è stata la realizzazione di un «Museo virtuale» degli allestimenti di Albini.
Le esposizioni temporanee esistono oggi solo sulla carta e abbiamo ritenuto interessante realizzare in 3D i principali allestimenti per renderne evidente la sensazione spaziale. Questo lavoro verrà presentato al Museo MAXXI di Roma il prossimo novembre.
Il tema degli allestimenti è un aspetto da evidenziare anche in vista dell’EXPO 2015 a Milano e a tal proposito abbiamo elaborato un progetto – denominato «Expo’sizioni» - che fino ad ora non ha trovato i fondi per essere realizzato, ma che auspichiamo di poter portare a compimento.
Abbiamo partecipato e promosso mostre sul Design, riproposto insieme con Cassina alcuni oggetti inediti e non progettati da Franco Albini, studiando le modifiche necessarie per rispondere alle esigenze di oggi.
Per quanto riguarda la ricerca, con la Fondazione Lighea, al Politecnico e alla Fondazione Fare Spazio, abbiamo studiato la relazione tra psiche e architettura. I risultati di un lavoro di interviste e rilevazioni sul campo durato due anni sono stati discussi in un convegno nel giugno scorso alla Triennale di Milano. Nel prossimo futuro, vorremmo fondare un centro per il disagio psichico che risponda ai risultati della nostra ricerca e che diventi un caso campione in Italia.
Al fine della divulgazione, realizziamo anche pubblicazioni (direttamente promosse da noi o partecipando a proposte di terzi), ma soprattutto raccogliamo la “memoria” in ogni modo possibile: cerchiamo documenti mancanti dell’archivio, visitiamo le case progettate da Albini ancora esistenti, realizziamo interviste a chi lo aveva direttamente conosciuto o a illustri personaggi della cultura che ne possano evidenziare le dimensioni e i valori più interessanti.
Infine cerchiamo di batterci per quanto possibile per la tutela delle opere esistenti.
Siamo in un momento in cui il patrimonio culturale del nostro Paese è bistrattato anziché promosso come dovrebbe. Oltre alla mancanza di aiuti pubblici a sostegno di azioni che valorizzino la nostra identità culturale, ci troviamo a cercare di difendere simboli architettonici che hanno fatto scuola da leggi insensate come quella che ha fatto slittare la salvaguardia delle opere da 70 a 50 anni.
Quello che la nostra Fondazione tenta di fare è pertanto sensibilizzare l’opinione pubblica e i media al rispetto di opere lasciate andare al degrado e in alcuni casi (come nella Metropolitana milanese o in alcuni Musei genovesi) modificate senza un criterio progettuale coerente.
Ma non è certo cosa facile.


Albini ha operato con successo in campi diversi, quali l’architettura di interni, il design di prodotti, la concezione di percorsi museali, interventi di design urbano  tra palazzi e addirittura metropolitane. Oggi quale settore può meglio recepire l’attività della Fondazione?
Sicuramente il Design è il campo più spendibile e quello in cui è più semplice trovare applicazioni nel concreto. Ma anche i Musei di Albini continuano a fare scuola e a essere indagati (a questo proposito parteciperemo a un Convegno mondiale sulla Museografia a Genova, il prossimo settembre). Per quanto riguarda le Architetture invece abbiamo in programma l’organizzazione di itinerari guidati che ne illustrino i fondamenti e le origini.

Quali difficoltà ha trovato la vostra Fondazione - costituitasi negli anni dell’ultima crisi globale - per quanto concerne la disponibilità a finanziamenti pubblici e privati? Come pensate di superarle?
La nostra indipendenza non ci aiuta a raccogliere fondi. A parte un fondamentale contributo di Accenture, per partire ci siamo basati sulle nostre forze, ma guardiamo ai finanziamenti privati per il futuro. E’ recentemente nata una piattaforma per raccogliere finanziamenti dai propri contatti. Crediamo a questo proposito nell’utilità di fare rete con altre realtà simili la nostra.

Chi vi ha seguito, in questi primi anni di attività?
Con Accenture, elemento chiave alla nascita della Fondazione, abbiamo realizzato il sito, il museo virtuale di cui parlavo all’inizio e due eventi sul Design a Milano e a Roma. Il nostro Comitato Scientifico soprattutto in fase di partenza è stato fondamentale per chiarirci la direzione da prendere.

Esiste un know-how peculiare della Fondazione che può essere reso disponibile a istituzioni pubbliche piuttosto che a privati? Di che si tratta?
Le infinite possibilità raccolte nell’archivio di Franco Albini, un tesoro di documenti, alcuni dei quali ancora inediti, che ci piacerebbe riuscire a divulgare e a raccontare. L’archivio è ora a disposizione di studenti e ricercatori per la consultazione, ma stiamo definendo accordi con il MAXXI di Roma e col Politecnico di Milano per condividere la digitalizzazione dei principali progetti in modo che siano più facilmente consultabili da un pubblico più vasto. Occorrono finanziamenti, che ancora stiamo cercando.

E’ interessante il progetto di network tra Fondazioni e Associazioni dedicate ai grandi Maestri del Design: puoi anticiparci qualcosa?
Ancora no, ma sarete i primi a saperlo.

Intervista a cura di Francesco Moneta, fondatore di «CULTURA+IMPRESA»

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