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Per le banche popolari un futuro fondazionale?

  • Pubblicato il: 16/03/2015 - 18:50
Autore/i: 
Rubrica: 
EDITORIALI
Articolo a cura di: 
Giuliano Segre

«La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito». In ogni paese, nelle banche, risiede il risparmio dei popoli; per noi la tutela è pure costituzionale, all’art. 47. Si tratta del riconoscimento di una funzione importante, nata all’alba del diciannovesimo secolo, quando l’Italia era ancora divisa in una moltitudine di Stati. Nacquero per prime le Casse di risparmio, poi le Banche popolari (attivate da una sensibilità locale più diffusa e partecipata e maggiormente rivolte all’affidamento bancario); quindi i Monti di pietà (dedicati al credito su pegno e sovente in forte sintonia con le economie agricole locali). Altre Casse minori rimasero a fianco delle economie artigiane e rurali assumendo pure esse il nome di banche. Oggi quel sistema non regge più. La globalizzazione finanziaria ha richiesto il superamento dalla dimensione diffusa. Un potente sistema di fusioni aziendali si è messo in moto: le Casse di Risparmio operarono volontariamente, dal 1990,– una scelta ardita, creando nuove banche «normali» e affidandone il capitale a una fondazione, un soggetto nuovo a queste funzioni ma efficace nella dimensione patrimoniale, tanto è vero che dalla operazione nacquero le due maggiori banche del paese, mentre le fondazioni restano a presidiare nel territorio i fini un tempo affidati al tessuto esistenziale delle banche: la utilità sociale e la promozione dello sviluppo economico. Oggi alle Banche popolari può esser utile il medesimo percorso. La cooperativa dei proprietari (che non sono azionisti a tutti gli effetti), che oggi è una banca, può diventare «padrona di una banca», acquistando per sé gli stessi fini delle Fondazioni di origine bancaria: l’utilità sociale è già tipica del mondo cooperativo; lo sviluppo economico è comunque obiettivo per tutti. Le trentasette cooperative azioniste potranno allora trovare assetti capitalistici più opportuni che l’attuale voto capitario per il controllo delle banche, seguendo il percorso già compiuto dalle ottantotto fondazioni che applicarono la legge Amato. L’attenzione al territorio ne uscirebbe rafforzata, tanto da rendere credibile una efficiente ed eterogenea fusione territoriale fra i due soggetti istituzionali, rafforzata dalla residua presenza di organi assembleari in metà delle fondazioni di origine bancaria.

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