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Convergere per produrre innovazione sociale

  • Pubblicato il: 15/01/2015 - 10:53
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CONSIGLI DI LETTURA
Articolo a cura di: 
Francesca Sereno

La crisi globale e lo scenario economico-sociale stanno profondamente cambiando i paradigmi su cui si sono sempre fondati i meccanismi di creazione di sviluppo e benessere. La difficoltà della Pubblica amministrazione a fornire risposte adeguate ai bisogni emergenti, così come la crescente differenziazione dei bisogni stessi – per generi, ambiti territoriali, etc. - spingono i soggetti che compongono la società (Stato, mercato e società civile) a ripensare le modalità di produzione del valore aggiunto.

L’economista Paolo Venturi (direttore di Aiccon, il Centro Studi sull’Economia sociale e la cooperazione promosso tra gli altri dall’Università di Bologna, dall’Alleanza delle Cooperative Italiane) e Flaviano Zandonai (direttore di Iris Network, la rete degli istituti di ricerca sull’impresa sociale e ricercatore Euricse, l’istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa), partendo dall’analisi del percorso di innovazione sociale generata dal Gruppo Cooperativo Cgm pongono l’attenzione su un’efficace forma di imprese emergenti, definite Ibridi organizzativi, in grado di coniugare istanze economiche, occupazione e crescita, con lo sviluppo sociale.

La lettura dei nuovi fenomeni di "institution building" nell'ambito del settore non profit è rappresentata nel loro libro di recente pubblicazione, edito da Il Mulino, che dà conto dell’evoluzione del lavoro produttivo nelle imprese sociali, un universo che secondo l’analisi sul Terzo Settore dell'Istat, conta 13mila realtà, di cui 12.000 cooperative, con un giro d’affari di oltre 10 miliardi di euro, 500mila occupati (75% dei quali donne, il 63% assunto a tempo indeterminato e il 28% di under 35) di cui 30mila delle categorie svantaggiate. Imprese che creano lavoro nel sociale, andando oltre il volontariato.

Il percorso su cui si sviluppano i nuovi modelli organizzativi si muove necessariamente in una dimensione di convergenza tra For Profit e No Profit e assume parole chiave come “cooperazione”, “ibridazione”, “valore condiviso” tra soggetti di provenienza diversa che tendono verso un medesimo obiettivo. Ma questa convergenza non deve essere solo strumentale, ma piuttosto basarsi su livelli di integrazione strategica e di governance.

Superando la contrapposizione tra interessi pubblici e privati, tra for profit e no profit, gli ibridi organizzativi, finalizzati ad una maggiora stabilità economica e ad equità sociale, sono vere e proprie imprese in grado di produrre beni e servizi nel libero mercato, aventi come scopo non il profitto per pochi, ma il benessere per la comunità. Imprese che reinvestono i loro profitti nella compagine stessa e che sanno coniugare il conseguimento di fini sociali con la sostenibilità economica, imprese che innovano e nel contempo si innovano.

Gli ibridi organizzativi, secondo Flaviano Zandonai, sono un'evoluzione consapevole delle imprese sociali, cambiano tipologia giuridica (non più solo non profit, ma S.p.a., o S.r.l. sociali), hanno un maggiore investimento in termini di capitali. Sono più orientate verso l'utente come cliente pagante che non verso lo Stato e solitamente sono in partnership con le aziende for profit. Secondo Venturi inoltre si dovrebbero aprire a processi di ibridazione per combinare in forme inedite componenti diverse: affari, pubblica amministrazione, economia informale.

Questo nuovo modello di crescita sta registrando una rapida crescita sia nei paesi in via di sviluppo (Asia e America Latina) sia nelle economie mature (principalmente Regno Unito e USA), come racconta Geoff Mulgan, Policy maker esperto di innovazione sociale e Chief Executive di NESTA – National Endowement for Science Technology and the Arts.

E in Italia, a che punto siamo?

Dalla ricerca “Terzo settore: tecnologia e innovazione”, commissionata da Fondazione Italiana Accenture al dipartimento del Prof. Gustavo Piga dell'Università di Tor Vergata, emerge che nel nostro Paese le realtà del non profit hanno di sé una percezione più competitiva sia rispetto al settore privato (52,8% del campione di imprese sociali), che rispetto a quello pubblico (56,6%). Altro dato rilevante: la formazione è ritenuta fondamentale dal 68,3% delle imprese sociali e ad oggi, già il 21,7% dichiara di offrire al proprio personale corsi di formazione manageriale. Inoltre le imprese sociali (il 41,2%) si sentono particolarmente predisposte ad attuare progetti di convergenza con il settore for profit e rivelano il loro orientamento all’impiego strategico di competenze gestionali e di tecnologie avanzate.

Alcune realtà come Fondazione Accenture e Gruppo CGM da tempo promuovono e sostengono progetti a favore della collettività, attraverso strumenti concreti messi in atto a sostegno della convergenza tra profit e non profit.

Fondazione Accenture ha creato la piattaforma www.ideaTRE60.com, volta a sviluppare iniziative di innovazione sociale attraverso la condivisione di idee, la loro ottimizzazione e la realizzazione delle migliori, che diventano realtà tramite la modalità dei concorsi per idee.

E il Gruppo Cooperativo CGM, con 70 consorzi e circa 1000 cooperative sociali, è oggi la più grande rete di imprese sociali in Italia che offre servizi di consulenza, formazione, comunicazione alle imprese sociali del gruppo, favorendo progetti finalizzati alla realizzazione di welfare di comunità.

Di fronte ad un comparto non profit pronto al cambiamento, è ora necessario che la Pubblica Amministrazione trovi gli strumenti per permettere alle imprese sociali di esprimersi al meglio. E anche la Cultura, settore oggi paradossalmente più lento ad innovare e innovarsi, potrebbe guardare a quanto accade nei servizi sociali per immaginare nuove forme di governo e gestione, che superino il dibattito pubblico-privato.

 

Ibridi organizzativi

A cura di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai

ed. il Mulino

2014

euro 21

 

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