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Finanza d’impatto: più ricerca e meno narrazioni

  • Pubblicato il: 15/09/2018 - 08:05
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Catterina Seia
Proseguono gli ascolti stimolati dal dibattito accesso dall’articolo su queste colonne di Carola Carazzone- segretario Generale di Assifero-, intorno all’esigenza di rafforzare con investimenti di lungo periodo il Terzo Settore. Ci confrontiamo con il prof. Carlo Borzaga, docente di Politica Economica all’Università di Trento. Fondatore e Presidente di Euricse –European Research Institute on Cooperative and Social Entreprises, che si e ci interroga anche sul mantra delle valutazioni d’impatto e sulla finanza d’impatto, a pochi giorni dall’annuale appuntamento di IRIS-Network, il workshop sull’impresa sociale di Riva del Garda (13-14 settembre) di cui siamo partner.

Carola Carazzone, direttore di Assifero, da queste colonne si è rivolta al mondo della filantropia per una riflessione sull’esigenza di investimenti di lungo periodo, che vadano a rafforzare le organizzazioni del Terzo Settore.
Sono d’accordissimo. La filantropia nel nostro paese, pur avendo in questi anni promosso numerosi progetti socialmente rilevanti, fatica ancora a sostenere in modo strutturale lo sviluppo delle organizzazioni di terzo settore, in particolare quelle di natura imprenditoriale, perché privilegia la ricerca di risultati immediati in termini di servizi attivati o offerti, riconoscendo quasi solo le spese direttamente collegate alla loro produzione. Sembra che non si sia capito che le imprese sociali e le organizzazioni non-profit hanno bisogno anche di risorse per crescere, innovare e progredire, per trasformarsi e migliorare, non solo per realizzare i prodotti ordinari. Concordo quindi con Carola che se si insiste a finanziare progetti tirando al minimo sui costi di gestione si rischia di non fare crescere le organizzazioni, in particolare quelle più innovative, perché non si consente loro di avere i margini necessari per investire sull’organizzazione e sulla sua capacità di cogliere bisogni e individuare nuove risposte, per fare formazione, per “costruire organizzazione” ed anche – perchè no? – per sperimentare qualche insuccesso. Se un tempo, con finanziamenti pubblici più importanti e non ridotti al minimo – quando non sotto - con il sistema degli appalti si investiva in ricerca, sperimentazione e formazione, oggi è quasi impossibile. Potrebbe quindi essere la filantropia a farsi carico di questa funzione di supporto strategico e trasformativo, invece di imitare il pubblico lungo il sentiero della minimizzazione dei costi di realizzazione dei progetti.
È evidente che per fare ciò il sistema attuale dei bandi non è quello più adatto, come peraltro hanno già rilevato molti osservatori. Anche perché c’è il problema delle competenze necessarie per valutare con cognizione di causa soggetti e programmi. Riguardo a ciò a mio avviso la  filantropia italiana dovrebbe fare più rete, mettere in comune non solo risorse ma anche conoscenze e relazioni, così da poter scegliere le organizzazioni con il maggior potenziale e ritenute più innovative e finanziarne non solo i prodotti, ma anche – direi soprattutto - la crescita o, in molti casi meglio ancora, la proliferazione.
 
Sempre più si richiede valutazione di impatto e taluni evidenziano il rischio che diventi una gabbia? E’ anche inserita nella Riforma del Terzo Settore.
Io sono sempre più convinto che in Italia il tema dell’impatto sociale e della sua valutazione sia stato impostato in modo sbagliato sia nella legge di riforma del Terzo Settore che nel dibattito che ha preceduto e seguito la sua approvazione. E che rischia davvero di diventare una gabbia, se non lo è già diventata. E poteva andare anche peggio se prima la Camera e poi il Senato non fossero intervenuti a modificare quel passaggio della proposta governativa in cui si definiva l’impresa sociale, non per gli obiettivi perseguiti e i vincoli che internazionalmente la caratterizzano, ma in base all’”Impatto sociale misurabile”. Nel corso del dibattito sulla riforma del Terzo Settore ci si è dimenticati che il concetto ha origine nel mondo della finanza dove può anche avere un senso dal momento che si investono dei soldi per realizzare un determinato progetto. Ciò che non si capisce è per quale motivo sia diventato una specie di conditio sine qua non per far parte del Terzo Settore. Anche perché qualsiasi esperto di valutazione sa benissimo che non si può valutare l'impatto delle organizzazioni, ma solo di politiche o progetti. Alle organizzazioni si può – e in molti casi si deve - chiedere di essere accountable, di dare conto dei risultati ottenuti, ma non se ne può valutare l’impatto. A meno che non si confonda la valutazione di impatto con il bilancio sociale, cambiando semplicemente nome a quest’ultimo. Quindi se è giusto che chi finanzia un progetto – chiunque ne sia l’esecutore - o avvia una politica preveda che ne venga valutato l’impatto, facendosi ovviamente carico delle relative spese, non ha senso obbligare un’organizzazione come fa – unica al mondo - la legge del Terzo Settore a valutare il proprio impatto sociale. Così si caricano le organizzazioni che operano in un settore con margini già modesti o nulli di costi che rischiano di risultare insostenibili, oltre che della preoccupazione di commettere errori e di essere sanzionate. Magari a vantaggio di qualche società di consulenza non necessariamente attrezzata a valutare interventi sociali. E inoltre si rischia che si finisca per privilegiare non gli interventi socialmente più rilevanti, ma quelli più facilmente valutabili.
 
Carazzone afferma che il Terzo Settore, che di fatto supporta il sistema di welfare, non riesce a fare il salto propositivo necessario per essere veramente un motore di trasformazione, un catalizzatore di innovazione in quanto privo di capitali da investire in strutture solide e quindi non è attrattivo per figure con competenze.
Leggiamo sempre più frequentemente delle opportunità di sviluppo che paiono aprirsi per il Terzo Settore del nostro Paese grazie a potenziali investimenti sociali, internazionali, interessati all’ingresso sul nuovo welfare. La finanza a impatto. Primarie banche dichiarano il rafforzamento del loro posizionamento, come Intesa San Paolo e UniCredit sulla finanza d’impatto. Si aprono tavoli di discussione tra filantropi. Torino, con il lancio della piattaforma gestita dalla Camera di Commercio, Torino Social Impact, l’insediamento della Fondazione Nesta e l’impegno delle Fondazioni di origine bancaria, CRT e Compagnia di S. Paolo, vuole capitalizzare la sua storia dei Santi Sociali ottocenteschi portata nel nuovo millennio da un Terzo Settore vitale, da acceleratori e hub di innovazione per candidarsi come capitale dell’innovazione sociale. E sentiamo come sia fondamentale creare ecosistemi dell’innovazione sociale, per un nuovo welfare, che siano attrattivi per nuovi capitali in cerca di investimenti.
Una delle soluzioni, a suo avviso, per il salto di qualità può essere rappresentata dalla finanza d’impatto?

Innanzitutto non sono del tutto d’accordo con l’idea che il Terzo Settore non sia stato e non continui ad essere motore di cambiamento e di innovazione. Chi descrive il settore come “vecchio”, poco innovativo dimostra di conoscerlo molto poco e si lascia prendere la mano da narrazioni basate più su esperienze personali che su ricerche serie che pure ci sono. Nello stesso tempo è del tutto logico che un settore che ha ormai alle spalle quasi trent’anni di storia e che conta migliaia di imprese si componga di un mix di realtà a diverso grado di innovazione e di sostenibilità; ma facendo di ogni erba un fascio - come mi pare ci sia la tendenza a fare non si capisce bene con quali obiettivi – non si aiuta certo lo sviluppo del settore. Nel dibattito recente inoltre si tende anche a sottovalutare il ruolo di innovatori delle politiche sociali svolto dalle organizzazioni di Terzo Settore negli ultimi trent’anni. Molte delle politiche sociali oggi consolidate sono nate dalle sperimentazioni realizzate proprio da queste organizzazioni. Un esempio per tutti la legge  del “dopo di noi” che trae origine dalle risposte sul campo da parte delle cooperative sociali che si occupano di handicap, che sono state anche le prime a utilizzare la forma del trust. Il fatto che siano esperienze poco visibili non significa che non siano anche innovative.
Anche la tesi secondo cui le imprese sociali e più in generale le organizzazioni di Terzo Settore hanno difficoltà strutturali a investire e ad attrarre le competenze di cui avrebbero bisogno è del tutto priva di riscontri empirici. Per quanto riguarda le competenze mi limito a ricordare che –come dimostrato da diverse ricerche, non solo di quelle di cui sono stato promotore e autore - questo è uno dei settori che vede una presenza percentualmente tra le più consistenti di laureati che in buona parte lo hanno scelto in modo consapevole e non per mancanza di alternative. Venendo invece al tema della finanza e al contributo che essa – nella forma oramai divenuta virale della “finanza di impatto” – dovrebbe dare allo sviluppo del Terzo Settore, mi sembra che anche in questo caso prevalgano presupposizioni più che riflessioni documentate: tutte le affermazioni che ho sentito o letto in questi anni hanno basi sia teoriche che empiriche inconsistenti e si fondano su analisi a dir poco frettolose.
Prima di sostenere che il futuro del welfare dipende dalla finanza di impatto occorre dimostrare una serie di affermazioni che vengono invece date per scontate. La prima affermazione tutta da verificare è se ci siano effettivamente questi capitali interessati a investire nel sociale, cioè in attività che difficilmente riusciranno a remunerare gli investimenti a tassi in linea con quelli dei mercati finanziari. Finora non ho visto dati o esempi convincenti. Quello che vedo è che nei vari documenti della task force sulla finanza di impatto vengono citate quasi solo istituzioni, come le fondazioni di origine bancaria, che già per legge o per statuto destinano le loro risorse al sociale. Mi chiedo: cosa cambia con il loro passaggio alla finanza di impatto? Se ne deve dedurre che fino a oggi la loro azione non ha determinato alcun impatto sociale?
Inoltre quando si parla delle centinaia di miliardi di fondi disponibili a considerare l’impatto sociale delle attività in cui investono non viene mai chiarito se questo impatto sociale consiste - “in negativo” - nel non investire in attività che nuocciono all’ambiente o alle persone, ma che non necessariamente rendono meno della media dei mercati finanziari, oppure - “in positivo” - nella scelta di investire in attività finalizzate a migliorare le condizioni di vita delle persone in difficoltà e che difficilmente possono garantire remunerazioni elevate. Finora non ho trovato nessuna riflessione sulla rilevanza e le conseguenze di questa distinzione.
 
Quali altre affermazioni di chi sostiene la finanza di impatto sono a suo avviso da verificare per dimostrarne la fondatezza e la credibilità?
Una ulteriore affermazione finora priva di dimostrazione è che le realtà che si occupano di sociale abbiano un significativo bisogno di finanza aggiuntiva rispetto a quella di cui già dispongono, che non siano in grado di attrarne a sufficienza e che questo ne condizioni seriamente lo sviluppo. Purtroppo non ho visto un solo dato o una sola ricerca, anche su campioni limitati, che dimostri la validità di queste affermazioni.
Sono invece diverse le ricerche che dimostrano il contrario, non solo relative al contesto italiano. Recentemente al Colloquio di Iris Network con Eddi Fontanari abbiamo presentato un paper in cui abbiamo analizzato i bilanci di 600.000 imprese (incluse cooperative sociali, cooperative tradizionali, SpA. e Srl): il 90 % delle imprese italiane con bilancio depositato. E’ risultato che le cooperative sociali sono liquide, hanno ottimi indicatori di solidità finanziaria, migliori di quelli sia delle imprese tradizionali che delle altre cooperative. Sono quindi soggetti che sembrano disporre della finanza che a loro necessita e a basso rischio.
Non solo: nel 2015 le 10 mila cooperative sociali analizzate (su oltre 16.000 rilevate dall’Istat) avevano 9 miliardi e ottocento milioni di euro di capitale investito e oltre 2,5 miliardi di riserve indivisibili. E finanziavano attività e investimenti con almeno cinque miliardi di prestiti bancari, pagando circa 90 milioni all’anno di interessi. A fronte di questi dati che cosa è davvero in grado di portare in più al settore la cosiddetta finanza di impatto?
 
Ma è così agevole trovare finanziamenti bancari per realtà sotto-capitalizzate? I parametri di Basilea non creano criticità nell’accesso al credito?
Innanzitutto, come dimostrano appunto gli indicatori si solidità di cui ho detto prima, non è affatto detto che le organizzazioni di Terzo Settore e più nello specifico le imprese sociali siano sotto-capitalizzate: nella maggior parte dei casi hanno il capitale che gli serve tenuto conto del tipo di attività che svolgono che non è quella manifatturiera. Inoltre, mi pare chiaro che le banche hanno capito che il sociale è un business a basso rischio – inferiore a quello di altre attività - e sono già da tempo disponibili a offrire credito alle organizzazioni che offrono questo tipo di servizi. Le cooperative sociali sono uno dei pochi settori che durante la crisi ha mantenuto tassi di crescita sia del valore aggiunto che dell’occupazione positivi e in cui le imprese in difficoltà non vengono generalmente poste in liquidazione ma si fondono con altre in buone condizioni, tutelando così anche i creditori. Questo è un indiscutibile punto di forza anche nei confronti del sistema bancario. Ho sotto mano esempi di cooperative di inserimento lavorativo che hanno assorbito alcune consorelle in difficoltà senza aspettare la conclusione delle procedure di fallimento e quindi facendosi carico anche dei debiti in essere solo per non lasciare a casa per qualche mese i lavoratori e in particolare quelli svantaggiati.
La decisione di alcune banche di consolidare questo loro atteggiamento di attenzione a queste imprese e di destinare a questo scopo appositi fondi è certamente importante, ma non è l’inizio del loro impegno in questa direzione. E può essere un bel modo per superare le difficoltà che i nuovi parametri di Basilea potrebbero determinare.

Non vede, in relazione alle nuove forme di welfare, la necessità di investimenti importanti nelle strutture, nelle risorse umane? Se si quali?
Probabilmente si, ma in modo progressivo. Si stanno aprendo spazi di sviluppo in settori nuovi, come quelli della sanità, della cura degli anziani e dei servizi culturali e sportivi, in cui occorrono investimenti in immobili, dotazioni tecnologiche e persone più significativi di quelli richiesti nei servizi socio-assistenziali. Vedo in particolare emergere una nuova generazione di cooperative o imprese sociali che si prendono in carico immobili pubblici e li ristrutturano a fronte della possibilità di un loro utilizzo a fini sociali. Probabilmente queste imprese avranno bisogno di più mezzi finanziari e a più lungo temine delle cooperative sociali impegnate nella erogazione di servizi socio-assistenziali. Non è detto però che sia la finanza tradizionale – inclusi i fondi e le banche - quella più adatta a sostenere questi investimenti. Serve piuttosto una finanza dal basso, cioè messa a disposizione dagli stessi utenti e dalle persone e dalle istituzioni che vivono e operano nei territori in cui queste imprese sono localizzate, anche attraverso strumenti nuovi come il crowdfunding o come forme di “minibond sociali”. Meglio rivolgersi ai cittadini per finanziare attività di carattere sociale piuttosto che ai fondi di investimento. Crede che la comunità non sia disponibile a investire nella ristrutturazione degli asili per i propri bambini? Anche perché all’interno del portafoglio di un risparmiatore medio una quota di bond sociali, a basso rendimento e basso rischio, ma con ricadute dirette sulla propria comunità è del tutto razionale. E non solo ci sono già diverse esperienze di questo tipo, ma la legge di riforme del Terzo settore e dell’impresa sociale prevede diversi strumenti e alcuni importanti incentivi che vanno in questa direzione. Questa si che potrebbe essere la vera finanza di impatto.
 
Come sa la nostra testata si occupa del mondo Culturale. Come ne legge le dinamiche?
Il mondo delle attività culturali, sportive e ricreativo-culturali è in grande movimento, in evoluzione e mi pare che al suo interno si stiano consolidando esperienze molto interessanti. E questo credo possa essere il settore dove le forme di finanziamento dal basso di cui ho parlato prima possono svilupparsi maggiormente, contribuendo a rilanciare attività sempre più strategiche sia per il benessere dei cittadini che per il sostegno delle economie turistiche soprattutto delle aree meno centrali. C’è però bisogno di una diffusa crescita in senso imprenditoriale. Le fondazioni potrebbero fare molto in questo senso. Fondazione Cariplo da anni finanzia in questo settore progetti di sviluppo organizzativo: mi pare una prospettiva interessante, molto più del finanziamento di specifiche attività.
 
Il prossimo workshop di Iris Network, l’appuntamento di settembre atteso per il confronto sulle imprese sociali, si focalizzerà su nuovi modelli di conoscenza e di innovazione culturale. Come svilupperete il confronto?
Siamo partiti da Trento 15 anni fa con 80 partecipanti, con l’obiettivo di trasferire ai practitioners i risultati delle ricerche sull’impresa sociale in cui alcuni di noi erano impegnati (non va dimenticato che Iris Network è un’associazione di Università e centri di ricerca). Dopo qualche anno abbiamo deciso che non toccava più agli studiosi fare sempre la parte del leone, ma che il workshop dovesse costituire soprattutto un’occasione di confronto tra imprenditori sociali e di scambio di buone pratiche. Dedicando invece al confronto tra ricercatori un apposito colloquio. Quest’anno si è deciso di fare in qualche modo “il punto della situazione”, di tornare un po’ alle origini, scegliendo come tema del workshop quello del contributo che la ricerca ha dato e può ancora dare allo sviluppo dell’impresa sociale. Come studioso mi auguro che gli operatori ci critichino e ci chiedano più ricerca teorica ed empirica e meno fascinazioni o narrazioni che rischiano di fare apparire il settore ciò che non è e di promuovere politiche e di indicare scelte sbagliate. In questo gli studiosi hanno grandi responsabilità.
 
Ulteriori commenti sulla Riforma del Terzo Settore anche in relazione a queste complessità?
Mi schiero tra i critici di come è stata attuata una riforma che resta comunque epocale. In particolare i decreti delegati a mio avviso non hanno saputo cogliere tutto il potenziale della legge delega. La Riforma non solo non ha semplificato la normativa, ma ne ha aumentato la complessità. Per lasciare facoltativa l’assunzione della qualifica di impresa sociale ha finito per imprenditorializzare tutto il settore, incluse le organizzazioni di advocacy e di promozione e tutela dei diritti - che come è noto sono molto critiche nei confronti della riforma - consentendo a tutti di fare impresa. Di conseguenza impone a tutti o a quasi tutti (lo vedremo quando tutti i decreti saranno approvati) obblighi e controlli gravosi e complicati da rispettare che, come già altri studiosi hanno lamentato, limitano oggettivamente la libertà delle formazioni sociali
La riforma inoltre concede tutta una serie di benefici fiscali e altri sostegni solo alle organizzazioni diverse dalle imprese sociali; al contrario non prevede praticamente alcuno di questi o di altri sostegni – se si esclude la non tassabilità degli utili non distribuiti e la deducibilità fiscale di una percentuale degli apporti a capitale di rischio – a favore degli enti che sceglieranno la qualifica di impresa sociale. Cioè a favore di chi ne potrebbe fare il maggior utilizzo.
L'ho definita la riforma dei mezzi passi perché ha fatto sì dei passi in avanti, ma senza andare fino in fondo. Diverse forme organizzative o di altro tipo come l’ente non commerciale o le APS potevano essere tranquillamente eliminate e invece sono ancora tra noi. Il legislatore a mio avviso è stato troppo accondiscendente verso le lobby del Terzo Settore e ha mediato tra i vari interessi, senza riuscire a tenere la barra dritta su una linea politica chiara e coerente.
Il risultato finale è assai diverso da quello atteso al momento di lancio della riforma. Credo che ci sarà molto da lavorare per migliorarla ulteriormente, non solo sul piano normativo ma nel concreto della sua attuazione.

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Bibliografia:
C. Borzaga, Opportunità e  limiti della riforma del Terzo Settore, in A. Fici (a cura di), La riforma del Terzo Settore e dell’impresa sociale. Una introduzione, Editoriale Scientifica, Napoli, 2018
C. Borzaga, E. Fontanari, Impresa sociale e finanza: più ricerca e meno narrazioni. Come le cooperative sociali hanno gestito il loro fabbisogno di mezzi finanziari, il paper verrà presentato al colloquio di Iris Network 2018 e sarà reperibile sul sito
 
 
 
Carlo Borzaga è professore ordinario di Politica economica, presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Trento. I suoi interessi di ricerca principali sono il mercato del lavoro, l’analisi economica delle organizzazioni nonprofit e delle imprese sociali, delle cooperative in generale e, in particolare, delle cooperative sociali e dell’evoluzione di queste forme organizzative a livello internazionale e, in particolare, europeo. Si occupa anche di sistemi di welfare e dell’organizzazione dell’offerta di servizi sociali e sanitari.
Dal 1997 al 2008 è stato Presidente dell’Istituto Studi e Sviluppo Aziende Nonprofit (ISSAN). Dal 2003 al 2006 è stato Preside della Facoltà di Economia.
Dal 2008 è Presidente di Euricse – European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises. È stato tra i fondatori del network europeo EMES (Emergence of Social Enterprises) e ha contribuito a fondare e presieduto Iris Network (il network italiano delle istituzioni di ricerca che si occupano di impresa sociale).
Ha scritto e co-editato numerosi libri e saggi riguardanti il tema del mercato del lavoro, delle imprese sociali e cooperative, dei sistemi di welfare.